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domenica 29 luglio 2012

THE REMARKABLE ROCKET - riassunto


All the city was in excitement and the people were preparing themselves for the great day of the Princess’ arrival. After that the Prince and the Princess, who came from Russia to marry her betrothed, had the Royal Banquet together and the Rose-dance, while the King played the flute very badly, they prepared themselves for the fireworks: the latest item of the programme, and, at the same time, the most fascinating thing that made the King proud of himself.
The Royal Pyrotechnist prepared all the fireworks in order, but during the time between the Banquet and midnight, the fireworks meet the others fellows and discussed for a long time.
Who was the most showy was the Remarkable Rocket, which came from an remarkable family. He liked very much talking about himself and about all his capacity, all his honour and his distinguished position in the society. He had even the theatre talent, so, to prove it, began to pretend crying. But this was a bad mistake, because in this way his stick grew wetter and wetter.
So, when the midnight came, the show began. It was wonderful and breath-taking: the Princess was ecstatic for the astonishing colours and evolutions that the fireworks was making in the air. But the Remarkable Rocket wasn’t let of in the sky: for he was useless, he was threw over the Royal Walls in a ditch mud. There he met a Frog, a Dragon-fly and a Duck; with these animals he discussed always about himself and the inferiority of his listeners, in fact these were all alteractions.
Suddenly, two little boys arrived running down the pond with faggots and boiler.
Because of they considered the Rocket an old spray, they used him to feed the fire, and then they falled asleep, while they were waiting that the boiler was ready.
The Rocket flew in the air; he thought about his beauty, his fame in that special moment of his life, but nobody saw or heard him.

THE REMARKABLE ROCKET - Oscar Wilde

Il figlio del Re stava per sposarsi, così c'erano rallegramenti generali. Aveva aspettato molti anni sua moglie, e alla fine arrivò. Lei era una Principessa Russa, e aveva percorso tutta la Finlandia su una slitta trainata da sei renne. La slitta aveva la forma di un cigno d'oro, e tra le ali del cigno stava la stessa piccola Principessa. ? , sulla sua testa c'era un piccolo cappello di tessuto argenteo, e lei era pallida come il Palazzo di Neve in cui aveva sempre vissuto. Era così pallida che quando percorse le vie della città tutto la gente esclamava "È come una rosa bianca!", e lanciavano fiori dello stesso genere dai balconi.
Dall'entrata del cancello il Principe aspettava di riceverla. lui aveva degli occhi sognanti sul violetto, e i suoi capelli erano come oro puro. Quando la vide si inginocchiò e le baciò la mano.
"Il vostro quadro era bellissimo," mormorò "ma voi siete più bella del vostro quadro"; e la piccola principessa arrossì.
"Prima era come una rosa bianca," disse un giovane paggio al suo compagno, "ma ora sembra una rosa rossa", e tutta la Corte ne era deliziata.
Per i prossimi tre giorni tutti continuavano a dire, "Rosa bianca, Rosa rossa, Rosa rossa, Rosa bianca" ; e il Re diede l'ordine di raddoppiare il salario del paggio. Visto che lui non riceveva proprio il salario per lui non fu molto utile, ma fu considerato un grande onore, e venne pubblicato sulla Gazzetta di Corte.
Quando i tre giorni passarono venne celebrato il matrimonio. Fu una cerimonia magnifica e la sposa e lo sposo camminarono mano nella mano sotto veli di velluto viola rimarcato con piccole perle. Poi ci fu il Banchetto di Stato, che durò per cinque ore.
Il Principe e la Principessa sedettero sulla sommità della Grande Sala? e bevvero da bicchieri di cristallo chiaro. Solo i veri innamorati potevano bere da quei bicchieri, poiché se le loro labbra false l'avessero toccato, sarebbe diventato grigio e opaco.
"È abbastanza chiaro che si amano a vicenda," disse il piccolo paggio, "chiaro come il cristallo!" e il Re raddoppiò il suo salario un'altra volta. "Che onore!" esclamarono tutti i cortigiani.
Dopo il banchetto ci fu un grande Ballo. La sposa e lo sposo ballarono il Ballo della Rosa insieme, e il Re promise di suonare il flauto. Suonò davvero male, ma nessuno si era mai mai curato di dirglielo, perché lui era il Re. Infatti conosceva solo due arie, e non era mai sicuro di quale delle due stava suonando; ma non ci fece caso, poiché, ogni cosa che faceva, tutti esclamavano, "Incantevole! Incantevole!"
L'ultima cosa del programma era una grande esibizione di fuochi d'artificio, che li avrebbero sparati esattamente a mezzanotte. La piccola principessa non aveva mai visto i fuochi d'artificio in vita sua, così il Re aveva dato l'ordine ai Pirotecnici Royal che avrebbero dovuto essere disponibili per il giorno del matrimonio.
"Come sono i fuochi d'artificio?" chiese al Principe, una mattina, mentre stavano passeggiando sul terrazzo.
"Sono come l'aurora boreale," disse il Re, che rispondeva sempre alle domande rivolte alle altre persone, "solo molto più naturali. Io stesso preferisco questi alle stelle, visto che sai sempre dove appariranno, e sono squisiti come le mie esibizioni di flauto. Devi assolutamente vederli."
Così alla fine del giardino del Re si costruì una grande base, e non appena i Pirotecnici Royal misero tutto al loro proprio posto, i fuochi d'artificio iniziarono a parlarsi a vicenda.
"Il mondo è certamente davvero bello," esclamò un piccolo Petardo. "Guarda solamente questi tulipani gialli. Se fossero stati petardi non avrebbero potuto essere più belli. Sono davvero contento di aver viaggiato. Viaggiare amplia la mente in modo meraviglioso, e fa scacciare tutti i propri pregiudizi."
"Il giardino del Re non è il mondo, piccolo sciocco Petardo," disse un grande Candelotto Romano; "Il mondo è un posto grandissimo, e ci impieghi tre giorni per vederlo accuratamente."
"Tutti i posti che ami sono il mondo," esclamò una saggia Ruota di Santa Caterina, che era stata trasportata in una vecchia botte.
‎"Ma l'amore non è più affascinante, i poeti l'hanno ucciso. Hanno scritto così tanto su questo argomento che adesso non ci crede più nessuno, e non ne sono sorpresa. Il vero amore soffre ed è silenzioso. Mi ricordo che una volta...ma non importa adesso. Il romanticismo è una cosa che appartiene al passato."
"Non ha senso!" disse il Candelotto Romano, " Il romanticismo non muore mai. È come la luna, e vive per sempre. La sposa e lo sposo, per esempio, si amano a vicenda con molto affetto. Ho sentito tutto questa mattina da una cartuccia marrone per carta, alla quale era capitato di finire nello stesso cassetto dove c'ero anche io, e che sapeva le ultime notizie di Corte."
Ma la Ruota di Santa Caterina scosse la testa. "Il romanticismo è morto, il Romanticismo è morto, il Romanticismo é morto," mormorava. Era una di quelle persone che, se ascolta la stessa cosa per molte volte, questa diventa vera per sempre.
Improvvisamente si sentì una forte, secca tosse, e tutti si guardarono intorno.
Veniva da un'altezzoso Razzo, che aveva legato alla sua estremità un lungo candelotto.
Tossiva sempre prima di fare qualche osservazione, per attirare l'attenzione. "Ahem! Ahem!" disse, e tutti ascoltarono tranne la povera Ruota di Santa Caterina, che stava ancora scuotendo la testa, e mormorando "Il romanticismo è morto."
"Ordine! Ordine!" esclamò un petardo. Lui era una specie di politico, ed aveva sempre una parte importante nelle elezioni locali, così conosceva il linguaggio parlamentario da usare.
"Morto," sospirò la Ruota di Santa Caterina, poi andò a dormire.
Nn appena ci fu silenzio assoluto, la Roccia tossì una terza volta e iniziò. Parlava con una voce davvero lenta e distinta, come se stesse dettando le sue memorie, e guardava sempre al di là elle spalle di coloro con cui parlava. Infatti aveva le maniere più distinte.
"Che fortuna per il figlio del Re," osservò, "che si stia sposando proprio nel giorno in cui mi lanceranno. In realtà, se era già stato pensato prima, non poteva essere più vantaggioso per lui di così; ma i principi sono sempre fortunati."
"Povero me!" disse il piccolo Squib, "pensavo che fosse giusto l'altro modo, e che noi venissimo sparati in onore del Principe."
"Lo può essere per te," rispose, "d'altronde, io non ho dubbi che sia così, ma per me è differente. Io sono un Razzo davvero degna di nota, e provengo da genitori illustri. Mia madre era la Ruota di Santa Caterina più rinomata dei suoi tempi, e venne ricordata per le sue graziose danze. Quando faceva apparizione al pubblico girava diciannove volte prima di spegnersi, e tutte le volte che lo faceva venivano lanciate nell'aria stelle rosee. Aveva un diametro di tre piedi e mezzo, ed era costituita della migliore polvere da sparo. Mio pae era un Razzo come me, estratta da una miniera francese. Volò così in alto che la gente pensò che non sarebbe più tornato. Lo fece, poiché aveva una forte indole, e fece la discesa più meravigliosa mai vista in una doccia di pioggia dorata. I giornali descrissero la sua performance in modi davvero irrilevanti. In ogni modo, la Gazzetta di Corte lo considerò un trionfo della pilotecnica."
"Pirotecnica, pirotecnica vuoi dire," disse una Luce del Bengala; "So che si dice pirotecnica, perché l'ho visto scritto sul mio stesso candelotto."
"Beh, io ho detto pirotecnica," rispose il Razzo, con un tono severo di voce, e la Luce del Bengala si sentì così oppressa che iniziò a fare il prepotente con i piccoli squibs, da far vedere così che era ancora una persona di una certa importanza.
"Stavo dicendo," continuò il Razzo, "stavo dicendo... Cosa stavo dicendo?"
"Stavi parlando di te stesso," replicò il Candelotto Romano.
"Ovviamente; sapevo di parlare di qualche materia interessante quando sono stato maleducatamente interrotto. Odio la maleducazione e le cattive maniere di ogni sorte, poiché sono estremamente sensibile. Nessuno nel mondo è così sensibile come lo sono io, ne sono sicuro."
"Che cos'è una persona sensibile?" disse il Petardo al Candelotto Romano.
"Una persona che, visto che ha i propri calli, calpesta sempre gli alluci degli altri," rispose il Candelotto Romano in un basso sussurro; e ci mancò poco che il Petardo non scoppiasse dal ridere.
"La prego di dirmi per che cosa lei stia ridendo." accusò il Razzo; "Io non sto ridendo." 
"Rido perché sono felice," replicò il Petardo.
"Questa è una ragione davvero egoista," disse infuriato il Razzo. "Che ragione hai di essere felice? Dovresti pensare agli altri. In realtà, dovresti pensare a me. Io penso sempre a me stesso, e mi aspetto che anche tutti gli altri facciano lo stesso. Questa è ciò che chiamo simpatia. È una virtù meravigliosa, e io la possiedo in grande misura. Supponi, per un istante, che non mi accada nulla questa sera, che sventura che sarebbe per tutti! Il Principe e la Principessa non sarebbero mai più felici, l'intero matrimonio sarebbe rovinato; e così anche per il Re, sono sicuro che non riuscirebbe ad accettarlo. In realtà, quando inizio a riflettere sull'importanza del mio ruolo, sono quasi commosso."
"Se vuoi fare un piacere agli altri," esclamò il Candelotto Romano, "faresti meglio ad asciugarti."
"Certamente," esclamò la Luce del Bengala, che ora era di umore migliore; "questo è il buonsenso comune."
"Buon senso comune, assolutamente!" disse il Razzo indignato; "tu hai dimenticato che io non sono assolutamente comune, e sono assolutamente degno di nota. La gente può avere buonsenso comune, ma non ha immaginazione. Ma io ce l'ho l'immaginazione, poiché non penso mai le cose a come sono veramente; io senso alle cose come se fossero differenti. Visto che dovrei asciugarmi, è evidente che qui non c'è nessuno che possa apprezzare un carattere emotivo. Per mia fortuna, non ci dò retta. L'unica cosa che rimane nella vita di ciascuno è la coscienza dell'immensa inferiorità di tutti gli altri, e questo è un sentimento che ho sempre coltivato. Ma neanche la metà di voi ha un cuore. Guardati, stai ridendo e facendo il gioioso come se il Principe e la Principessa si fossero appena sposati."
"beh,in realtà," esclamò una Palla di Fuoco, "perchè no? Questa é una delle occasioni più gioiose, e quando mi solleverò nel cielo ho intenzione di raccontare alle stelle tutto ciò. Le vedrai brillare non appena parlerò loro della bella sposa."
"Ah! Che banale visione della vita!" disse il Razzo; "ma questo é tutto quello che mi aspettavo. Non c'è niente in te; sei vano e vuoto. Probabilmente il Principe e la Principessa andranno a vivere in campagna dove c'è un fiume profondo, e probabilmente avranno un solo figlio, un bambino con capelli di fuoco e occhi violetti come il Principe in persona; e probabilmente andrà a fare delle passeggiate con un'infermiera; e probabilmente l'infermiera si addormenterà sotto un albero grande e vecchissimo; e probabilmente il piccolo cadrà nel fiume profondo e annegherà. Che terribile sventura! Povera gente, perdere l'unico loro figlio! È davvero troppo terribile! Non dovrei mai pensarci."
"Ma loro non hanno perso il loro unico figlio," disse il Candelotto Romano; "non è capitata loro nessuna sventura."
"Non ho mai detto che gli è capitata," replicò il Razzo; "ho detto che avrebbe potuto. Se avessero perso il loro unico figlio non ci sarebbe stato nient'altro da dire sulla questione. Odio la gente che piange sul latte versato. Ma quando penso che loro potrebbero perdere il loro unico figlio, sono certamente toccato."
"Certo che lo sei!" esclamò la Luce del Bengala. "Infatti sei la persona più emotiva che abbia mai incontrato."
"Tu sei la persona più maleducata che io abbia mai incontrato," disse il Razzo, "e non potrai mai capire la mia amicizia per il Principe."
"Ma se non lo conosci neanche," ringhiò il Candelotto Romano.
"Non ho mai detto che lo conosco," rispose il Razzo. "Ho semplicemente detto che se lo conoscessi non sarei totalmente suo amico. É molto pericoloso conoscere l'amico di qualcuno."
"Faresti davvero meglio ad asciugarti un po'," disse la Palla di Fuoco. "Questa è la cosa importante."
"Davvero importante per te, non ne ho dubbi," rispose il Razzo, "ma potrei piangere se volessi"; e egli iniziò veramente a far scorrere lacrime, che scesero sul suo candelotto come gocce di pioggia, e ci mancò poco che non affogasse due piccoli scarabei, che stavano giusto pensando di stabilire lì una casa insieme, e stavano cercando un posticino asciutto dove vivere.
"Deve avere un carattere davvero romantico," disse la Ruota di Santa Caterina, "poiché piange. Sebbene non c'è nulla per cui farlo"; e sospirò pesantemente, e conservò questo pensiero.
Ma il Candelotto Romano e la Luce del Bengala erano abbastanza indignati, e continuavano a ripetere, "Humbung! Humbung!" con la potenza massima della loro voce. Erano estremamente pratici e ogni volta che facevano obiezioni su qualcuno lo chiamavano Humbung.
Poi la luna sorse come un magnifico scudo d'argento; e le stelle iniziarono a splendere, e il suono di una musica provenne dal palazzo.
Il Principe e la Principessa stavano conducendo le danze. Ballavano così bene che alte violette bianche si affacciarono alla finestra per vederli, e i grandi papaveri rossi dondolavano la testa al ritmo della musica.
Poi scoccarono le dieci, e in seguito le undici, e poi le dodici, e quando fu mezzanotte tutti andarono sulla terrazza, e il Re gridò ai Pirotecnici Reali.
"Che i fuochi d'artificio abbiano inizio!" disse il Re; e i Pirotecnici Reali fecero un grande inchino, e marciarono verso il limitare del giardino. Avevano sei aiutanti con loro, ciascuno di loro che portava una torcia accesa alla fine di un lungo bastone.
Era certamente una scena magnifica.
Whizz! Whizz! Fece la Ruota di Santa Caterina, mentre girava in tondo ed in tondo.
Boom! Boom! Fece il Candelotto Romano. Poi gli squibs danzarono tutto in torno, e la Luce del Bengala fece sembrare che tutti fosse colorato di rosso scarlatto. "Addio," esclamò il Pallone di Fuoco, non appena venne lanciato in aria facendo scoppiare le sue scintille blu.
Bang! Bang! Risposero i Petardi, che si stavano divertendo immensamente. Tutti furono un grande successo, tranne l'insigne Razzo. Era così umido per le sue lacrime che non riusciva ad accendersi.
La cosa migliore in lui era la polvere da sparo, e questa era così bagnata di lacrime che non si poteva più utilizzare. Tutti i suoi poveri discorsi, nei quali non aveva mai parlato, fatta eccezione per un commento sarcastico, salirono nel cielo come meravigliosi fiori dorati con boccioli di fuoco. Non poté più parlare a nessuno di tutti i suoi poveri pensieri, quando fece uno starnuto e volò in aria come un meraviglioso fiore che fioriscono dal fuoco. Huzza! Huzza! Esclamarono i Cortigiani; e la piccola Principessa rise dal piacere.
"Suppongo che mi stiano conservando per una grande occasione," disse il Razzo; "non c'è dubbio sul significato di questo gesto," e sembrò ancora più altezzoso del normale.
Il giorno seguente gli operai vennero per sistemare tutto. "Questa è evidentemente una delegazione," disse il Razzo; "li riceverò con dignità" ; così alzò il suo naso in aria, e si accigliò severamente come se stesse pensando a qualcosa di veramente importante. Ma loro non si curarono di lui per nulla finché non stavano per andarsene. Quindi uno di loro si accorse di lui.
"Ehi!" esclamò, "che Razzo brutto!" e lo gettarono al di là del muro nel buio.
"BRUTTO Razzo? BRUTTO Razzo?" disse mentre roteava in aria; "Impossibile! GRANDE Razzo, volevano dire. BRUTTO e GRANDE suonano davvero come la stessa cosa, in effetti sono spesso la stessa cosa"; e cadde nel fango.
"Non è comodo qui," osservò, "ma non c'è dubbio che sia il posto acquatico più affascinante, e mi hanno mandato qui per curare la mia salute. I miei nervi sono certamente molto scossi, e necessito riposo."
Poi una piccola Rana, con luccicanti occhi di gioielli e un manto variopinto nuotò verso di lui.
"guarda un po', un nuovo arrivato!" disse la Rana. "Beh, dopo tutto non c'è niente di male nel fango. Dammi acqua di pioggia e fanghiglia, e sono contento. Pensi che sarà un pomeriggio umido? Spero proprio di si, ma il cielo é abbastanza blu e senza nuvole. Che peccato!"
"Ahem! Ahem!" disse il Razzo, e iniziò a tossire.
"Che voce deliziosa che hai!" esclamò la Rana. "È in realtà simile al gracidare, e il gracidio è il suono più musicale nel mondo. Ascolterai i nostri gruppi gioiosi questa sera. Ci posiamo sul vecchio stagno delle oche vicino alla casa del contadino e, non appena sorge la luna, iniziamo.
È così bello che tutti giacciono svegli ad ascoltarci. Infatti, era solo ieri che ho sentito la moglie del contadino dire a sua madre che non poteva chiudere gli occhi per dormire la notte per causa nostra. É così gratificante sentirsi popolari."
"Ahem! Ahem!" disse in modo irritato il Razzo. Era così infastidito che non poteva dire una parola di più.
"Una voce davvero deliziosa, assolutamente," continuo la Rana; "spero che verrai anche tu allo stano delle anatre. Io sarò a curare le mie figlie. Ho sei belle figlie, e ho paura che il Pike possa incontrarle. Lui è un mostro, e non avrebbe esitazioni nel fare colazione con loro. Beh, addio: mi sono divertito molto a parlare con te, te lo assicuro."
"Certo, conversazione!" disse il Razzo. "hai parlato per tutto il tempo di te stesso. Questa non è una conversazione."
"Qualcuno deve pur ascoltare," rispose la Rana, "e poi mi piace parlare da solo. Occupa il tempo e previene dalle discussioni."
"Ma a me piacciono le discussioni," disse il Razzo.
"Spero di no," disse la Rana compiaciuta. "Le discussioni sono estremamente volgari, tutti quelli in alta società hanno la stessa opinione. Addio per la seconda volta; vedo le mie figlie in lontananza"; e la piccola Rana nuotò via.
"Tu sei una persona davvero irritante," disse il Razzo, "e davvero maleducato. Odio le persone che parlano di loro stesse, come fai tu, quando uno vuole parlare di se stesso, come voglio io. Questo è ciò che io chiamo egoismo, e l'egoismo è una delle cose più detestabili, specialmente da parte di uno con il mio temperamento, poiché sono molto conosciuto per il mio carattere comprensivo. Infatti, dovresti prendere l'esempio da me; non puoi avere un modello migliore. Ora che ne hai la possibilità sarebbe meglio per te renderti disponibile a ciò, visto che sto andando a Corte pressoché in questo istante. Sono un grande favorito a Corte; infatti, il Principe e la Principessa si sono sposati ieri in mio onore. Ovviamente non sai nulla di tutto ciò, visto che sei un provinciale."
"Non c'è niente di buono a parlare con lui," disse una libellula, che era posata sulla sommità di un giunco; "propizio nulla di buono, visto che se n'è andato via."
"Beh, ci perde lui, non io," rispose il Razzo. "Non s,ettaro di parlare con lui soltanto perché lui non mi dà più attenzione. Mi piace sentirmi parlare. È uno dei miei piaceri più grandi. Spesso faccio lunghe conversazioni solo con me stesso, e io sono così intelligente che a volte non capisco una singola parola di quello che sto dicendo."
"Allora dovresti assolutamente fare una lezione di Filosofia," disse la libellula; poi stese un paio di graziose ali garzate e spiccò il volo nel cielo.
"Che cosa davvero sciocca da parte sua non restare qui!" disse il Razzo. "Sono sicuro che???. In ogni caso, non mi interessa molto. Dei geni come me saranno di sicuro apprezzati un giorno"; e scese ancora di più nel fango.
Dopo un po' di tempo una grossa Anatra Bianca nuotò fio a lui. Aveva gambe gialle, e piedi palmati, ed era considerata una grande bellezza in relazione al suo dondolare.
"Quak, Quak, Quak," disse. "Che tipo curioso che sei! Ti posso chiedere come hai fatto a nascere così, oppure questo è il risultato di un accidente?"
"È abbastanza evidente che hai sempre cpv. ossuto in campagna," rispose il Razzo, "in ogni caso dovresti sapere chi sono. Comunque scuso la tua ignoranza. Potrebbe essere ingiusto pretendere dagli altri che siano degni di nota come me. Non sarai sorpresa di sapere che posso volare nel cielo, e cadere in una cascata di pioggia dorata."
"Nn mi interessa molto," disse l'Anatra "visto che non riesco a vederne l'utilità per nessuno. Ora, se sai arare i campi come il bue, oppure trainare un carro come il cavallo, o curare le pecore come il pastore, in questo caso saresti utile a qualcosa."
"Mia buona creatura," esclamò il Razzo con un tono davvero alterato di voce, "vedo che tu appartieni al più basso gradino della società. Una persona della mia posizione non è mai utile. Noi facciamo piacere agli altri, e questo è più che sufficiente. Non ho simpatia da parte mia per l'industria di qualsiasi tipo, meno di tutte le industrie a cui tu mi sembri appartenere. D'altronde ho sempre avuto l'opinione che il lavoro duro sia semplicemente il rifugio delle persone che non hanno nient'altro da fare."
"Bene,bene," disse l'Anatra, che era molto pacifica, e non aveva mai contrastato nessuno, "tutti hanno opinioni diverse. Spero, in ogni caso, che tu abbia intenzione di risedere qui."
"Oh, cara, no!" esclamò il Razzo "sono soltanto in visita, un visitatore degno di nota. Il fatto è che trovo questo posto abbastanza noioso. Nn c'è nessun tipo di società qui, solo solitudine. Infatti è soprattutto suburbano. Credo che ritornerò nella Corte, perché so che sono destinato ad affascinare il mondo."
"Penso che entrerò nella vita pubblica un giorno," osservò l'Anatra; "ci sono tante cose che devono essere riformate. Infatti, ho avuto una discussione con una sedia un po' di tempo fa, e ci siamo risolute che avremmo condannato tutto ciò che non ci piaceva. In ogni caso, sembra che non sia servito a molto. Ora diventerò addomesticata e mi prenderò cura della mia famiglia."
"I sono stato fatto per la vota pubblica," disse il Razzo, "e queste sono le mie relazioni, anche le più umili. In ogni posto in cui ci troviamo, esercitiamo forte attrazione. Non ho fatto ancora apparizione nella mia esperienza, ma quando lo farò, sarà una vista meravigliosa. Come per la domesticità agisce rapidamente, e distrae ciascuno dai pensieri più alti."
"Ah! Le cose più importanti della vita, che cose sopraffini!" disse l'Anatra; "e questo mi fa ricordare quanto sono affamata": e nuotò via per il ruscello, dicendo, "Quack, Quack, Quack."
"Torna indietro! Torna indietro!" gridò il Razzo, "ho molto da raccontarti"; ma l'Anatra non gli diede attenzione. "Sono contento che se ne sia andata," si disse, "ha un modo di ragionare che è decisamente della bassa società"; e sprofondò ancora un po' nel fango, e iniziò a pensare alla solitudine dei geni, quando improvvisamente due ragazzini in camice bianche arrivarono correndo giù per le rive con un bollitore e dei ramoscelli.
"Questa deve essere la delegazione," disse il Razzo, e assunse un'aria da distinto.
"Ehi!" Esclamò uni dei ragazzini, "guarda questo vecchio bastoncino! Mi chiedo come ci sia arrivato qui" e tolse il Razzo fuori dal fango.
"VECCHIO bastoncino?" disse il Razzo, "impossibile! Bastoncino d'ORO, questo è quello che voleva dire. Bastoncino dorato è davvero lusinghiero. Infatti mi ha scambiato per uno dei dignitari di corte!" 
"Mettiamolo nel fuoco!" disse l'altro ragazzo, "aiuterà a far bollire la pentola."
Così ammucchiarono i ramoscelli insieme, e misero il Razzo sulla cima, poi accesero il fuoco.
"È magnifico," esclamò il Razzo, "stanno per spararmi in pieno giorno, così tutti mi potranno vedere veramente."
"Adesso andiamo a dormire," dissero, "e quando ci sveglieremo il bollitore sarà pronto"; così si sdraiarono sull'erba e chiusero gli occhi.
Il Razzo era davvero umido, così ci impiegò molto tempo a bruciare. Comunque, alla fine, prese fuoco.
"Sto per essere sparato in aria!" esclamò e si fece rigido e lungo. "So che andrò più in alto delle stelle, piû in alto della luna, più in alto del sole. Infatti andrò più in alto del.."
Fizz! Fizz! Fizz! e volò nel cielo.
" Fantastico!" esclamò, "continuerò così per sempre. Che successo che sono!"
Ma nessuno lo vide.
Poi iniziò a sentire un curioso tintinnio tutto intorno a lui.
"Ora sto per esplodere," esclamò. "Brucerò tutto il mondo, e farò un rumore così forte che tutti non parleranno d'altro per un anno intero."
Poi esplose. Bang! Bang! Bang! Fece la polvere da sparo. Nn ci furono dubbi su questo.
Ma nessuno lo sentì, neanche i due ragazzini, perché si erano addormentati.
Poi tutto quello che rimase di lui fu il candelotto, e questo cadde sulla schiena di una capra che stava passeggiando vicino allo stagno.
"Oh cielo!" esclamò la Capra. "stanno per piovere candelotti"; e cadde nell'acqua.
"So che posso provocare una bella sensazione," boccheggiò il Razzo, e cadde sul fondale.

sabato 21 luglio 2012

THE NIGHTINGALE AND THE ROSE - riassunto

A young Student was disperate, because if he would dance with the girl he loved at the ball, he have had to bring her a red rose; but there wasn't red roses in his garden, so he weept on the grass all the day.
But a Nightagle, which had had his nest in the same garden, on the Oak-Tree, decided to help the poor Student, because he was a real lover. 
The bird flew trought the grove and found a Rose-Tree, but it had only white roses, so he sent the Nightagle to his brother, but even him had only yellow roses. And the yellow-roses-Tree sent the bird to his brother, who grew beneath the Student's window. 
As the Nightagle went there and asked for the red rose, the rose-Tree seemed very sad: his roses were red, but the storm during that winter had destroied all his flowers and branches. When the bird began to cry, the Tree revealed that there was a way to create new roses, but it was terrible: the bird has had to built it out of music by moonlight, and stain it with his own blood, he has had to sing with his breast against a thorn, and the thorn has had to touch his heart. The price to create the new rose was the life of the same Nightagle.
The little bird accepted the sacrifice, because he was sure that Love was better than Life; so, after the latest greetings to the Oak-Tree, that has kept his nest safe for many years, the rite become. 
He started to sing, and stain the new rose with is heart blood after a request for the Student: he would be happy forever. But he didn't, because, as he found the rose the next morning, he run to his dreams' girl, but she refuted him and his rose for an other boy with much money and fame. 
So he transformed his disappoint and angryness in contempt for Love, and in veneration of Logic

RIASSUNTO CAPITOLO 33 - promessi sposi

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RIASSUNTO CAPITOLO 32 - promessi sposi

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RIASSUNTO CAPITOLO 31 - promessi sposi

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giovedì 19 luglio 2012

L'USIGNOLO E LA ROSA - Oscar Wilde



“Ha detto che ballerà con me se le porterò una rosa rossa,” si disperò il giovane Studente; “ma in tutto il mio giardino non ci sono rose rosse.”
Dal suo nido sopra la vecchia quercia l’Usignolo lo sentì, e guardò attraverso le foglie, e si meravigliò.
“Nessuna rosa rossa in tutto il mio giardino!” esclamò, e i suoi begl’occhi si riempirono di lacrime. “Ah, a quali piccole cose dipende la felicità! Ho letto tutto ciò che gli uomini saggi hanno scritto, e tutti i segreti della filosofia sono miei, ora per una rosa rossa la mia vita è miserabile.”
“Ecco finalmente un vero innamorato,” disse l’Usignolo.
“Notte dopo notte ho cantato di lui, anche se non lo conoscevo: notte dopo notte ho narrato la sua storia alle stelle, e ora lo vedo. I suoi capelli sono scuri come un fiore di giacinto, e le sue labbra sono rosse come la rosa del suo desiderio; ma la passione ha reso la sua faccia pallida come l’avorio, e il dolore ha stampato il suo marchio sulla sua fronte.”
“Il Principe darà un ballo domani sera,” mormorò il giovane Studente, “e il mio amore sarà in compagnia. Se le porterò una rosa rossa danzerà con me fino all’alba. Se le porterò una rosa rossa, la potrò stringere tra le mie braccia, e lei appoggerà la sua testa sulla mia spalla, e le sue mani saranno strette nelle mie. Ma non ci sono rose rosse nel mio giardino, così sederò da solo, e lei mi passerà davanti. Non mi darà attenzione, e il mio cuore si spezzerà.”
“Ecco un uomo davvero innamorato,” disse l’Usignolo. “Ciò per cui canto, lui lo soffre, ciò che per me è gioia, è per lui dolore. L’Amore è di sicuro una cosa magnifica. È più prezioso degli smeraldi, e più caro degli opali raffinati. Perle e melograni non lo possono comprare, né è esposto nei supermercati. Non può essere acquistato dai mercanti, né può essere pesato sulla bilancia per dell’oro.”
“I musicisti siederanno sul palco,” disse il giovane Studente, “e suoneranno i loro strumenti, e il mio amore ballerà al suono dell’arpa e del violino. Danzerà così lievemente che i suoi piedi non toccheranno il pavimento, e i cortigiani nei loro allegri abiti si affolleranno intorno a lei. Ma con me non ballerà, perché non ho la rosa rossa da darle”; così si lasciò cadere sull’erba, e nascose la sua faccia nelle sue mani, e pianse.
“Perché piange?” chiese una piccola lucertola verde, non appena corse vicino a lui con la sua coda in aria.
“Già, perché?” disse la Farfalla, che stava svolazzando circa dopo un raggio di sole.
“Già, perché?” sussurrò una Margherita alla sua vicina con una voce dolce e bassa.
“Piange per una rosa rossa,” disse l’Usignolo.
“Per una rosa rossa?” esclamarono; “che assurdità!” e la piccola Lucertola, che era cinica, rise immediatamente.
Ma l’Usignolo capì il segreto del dolore dello Studente, e si sedette silenziosamente sull’albero di quercia, e pensò al mistero dell’Amore.
Improvvisamente distese le sue ali marroni per volare, e spiccò nell’aria. Passò attraverso il boschetto, e come una spada attraversò il giardino .
Al centro della macchia d’erba c’era un bellissimo albero di rose, e quando lo vide, volò sopra un ramoscello.
“Dammi una rosa rossa,” lo implorò, “e canterò per te le mie canzoni più dolci.”
Ma l’albero scosse la testa.
“Le mie rose sono bianche,” rispose; “bianche come la schiuma del mare, e più bianche della neve sulle montagne. Ma va da mio fratello che cresce attorno il vecchio quadrante del sole, e probabilmente ti darà ciò che vuoi.”
Così l’Usignolo volò fino all’albero di rose che cresceva attorno al vecchio quadrante del sole.
“Dammi una rosa rossa,” lo implorò, “e canterò per te le mie canzoni più dolci.”
Ma l’albero scosse la testa.
“Le mie rose sono gialle,” rispose, “gialle come i capelli della sirena che siede sopra il trono d’ambra, e più gialle del narciso che fiorisce nel prato prima che venga il mietitore con la sua falciatrice. Ma vai dal mio fratello che cresce sotto la finestra dello Studente, e probabilmente ti darà ciò che vuoi.”
Così l’Usignolo volò fino all’albero di rose che cresceva sotto la finestra dello Studente.
“Dammi una rosa rossa,” lo implorò, “e canterò per te le mie canzoni più dolci.”
Ma l’albero scosse la testa.
“Le mie rose sono rosse,” rispose, “rosse come i piedi delle colombe, e più rosse delle grandi barriere di corallo che ondeggiano nelle caverne dell’oceano. Ma l’inverso ha ucciso la mia linfa, e il freddo ha congelato i miei boccioli, e la tempesta ha spezzato i miei rami, e non avrò rose per tutto quest’anno.”
“Una rosa rossa è quello che voglio,” pianse l’Usignolo, “solo una rosa rossa! Non c’è un altro modo per averne una?”
“C’è un modo,” rispose l’albero; “ma è così terribile che non oso dirtelo.”
“Dimmelo,” disse l’Usignolo, “non ho paura.”
“Se vuoi una rosa rossa,” disse l’Albero, “devi farla crescere con la musica a mezzanotte, e macchiarla con il sangue del tuo cuore. Devi cantare con il tuo petto infilato in una spina. Devi cantare per me tutta la notte, e la spina deve perforare il tuo cuore, e il tuo sangue vitale deve scorrere nelle mie vene, e diventare mio.”
“La Morte è un grande prezzo da pagare per una rosa,” sospirò l’Usignolo, “e la Vita è la più cara di tutte. È piacevole sedere nel bosco verde e vedere il sole nel suo carro d’oro, e la luna nel suo carro di perla. Dolce è il profumo del biancospino, e dolci sono le campanule che si nascondono nella valle, e l’erica che si gonfia nella collina. Tuttavia l’Amore è più bello della Vita, e che cos’è il cuore di un uccellino comparato al cuore di un uomo?”
Così distese le sue ali marroni per volare e salì attraversò il boschetto.
Il giovane Studente era ancora sdraiato sull’erba, dove l’aveva lasciato, e le lacrime non erano ancora asciutte nei suoi bellissimi occhi.
“Sii felice,” augurò l’Usignolo, “sii felice; avrai la tua rosa rossa. La farò crescere dalla musica a mezzanotte, e la macchierà con il sangue del mio cuore. Tutto ciò che ti chiedo in cambio è di essere un vero innamorato, perché l’Amore è più saggio della Filosofia, sebbene sia saggia, e più forte della Potenza, sebbene sia forte. Le sue ali sono di un colore fiammeggiante, e il suo corpo ha il colore del fuoco. Le sue labbra sono dolci come il miele, e il suo respiro è come l’incenso.”
Lo Studente alzò lo sguardo dall’erba, e ascoltò, ma non poté capire che cosa gli diceva l’Usignolo, perché capiva solo le cose scritte sui libri.
Ma l’albero di quercia capì, e si fece triste, perché era molto affezionato all’Usignolo che aveva costruito il suo nido sui suoi rami.
“Cantami un’ultima canzone,” sussurrò; “ mi sentirò davvero solo quando non ci sarai più.”
Così l’Usignolo cantò per la quercia, e la sua voce era come il gorgogliare dell’acqua in un recipiente d’argento.
Quando ebbe finito la canzone lo Studente si alzò, e prese un blocchetto di fogli e una matita a grafite dal suo taschino.
“Ha una forma,” si disse camminando attraverso il boschetto, “non glielo si può negare; ma ha sentimenti? Ho paura di no. In realtà, lei è come la maggior parte degli artisti; con tutta sincerità ha tutto lo stile. Non si sacrificherebbe per gli altri. Pensa semplicemente alla musica, e tutti sanno che gli artisti sono egoisti. In ogni modo, si deve ammettere che ha una fantastica dote nella sua voce. Che peccato che non valga niente, o non facciano niente di pratico.” E così andò nella sua stanza, si sdraiò sul suo letto di paglia, e iniziò a pensare al suo amore;  e, dopo del tempo, si addormentò.
E quando la luna brillò nel cielo, l’Usignolo volò dall’albero di rose, e cacciò il suo petto nella spina. Cantò per tutta la notte con il petto infilzato nella spina, e la fredda luna cristallina si chinò e ascoltò. Cantò tutta la notte, e la spina si infisse sempre più profondamente nel suo petto, e il suo sangue vitale fluì via da lui.
All’inizio cantò della nascita dell’Amore nel cuore di un ragazzo e una ragazza. E sul ramo più alto dell’albero di rose fiorì una rosa meravigliosa, petalo dopo petalo, come canzone dopo canzone. Al principio era pallida, come la nebbia sospesa sul fiume, pallida come i passi del mattino, e argentea come le ali dell’aurora. Come l’ombra di una rosa in una piscina, lo era anche la rosa che fioriva sul ramo più alto del roseto.
Ma l’albero implorò l’Usignolo di spingersi più vicino alla spina. “Spingiti di più, piccolo Usignolo,” supplicò l’Albero, “o il Giorno arriverà prima che la rosa sia finita.”
Così l’Usignolo premeva di più sulla spina, e il suo canto cresceva sempre più, perché cantava dell’uccello della passione nell’anima di un uomo e di una fanciulla.
E i petali della rosa si colorarono di un delicato rosa, come il rossore di uno sposo quando bacia le labbra della sposa. Ma la spina non aveva ancora raggiunto il cuore, così il cuore della rosa rimase bianco, poiché solo il sangue del cuore dell’Usignolo poteva tingere di cremisi il cuore della rosa.
E l’Albero implorò l’Usignolo di spingersi più vicino alla spina, “Spingiti di più, piccolo Usignolo,” supplicò l’Albero,“o il Giorno arriverà prima che la rosa sia finita.”
Così l’Usignolo premeva di più sulla spina, e la spina toccò il suo cuore, e un feroce spasimo di dolore lo colpì. Pungente, pungente era il dolore, e selvaggio, il suo canto crebbe selvaggio, poiché cantava dell’Amore, che è perfezionato dalla Morte, dell’Amore che non muore in una tomba.
E la meravigliosa rosa divenne cremisi, come la rosa del cielo orientale. La giuntura dei petali era cremisi, e il cuore era cremisi come un rubino.
Ma la voce dell’Usignolo divenne sempre più debole, e le sue piccole ali cominciarono a sbattere, e una visione gli oscurava la vista. Il suo canto divenne sempre più debole, e sentì che qualcosa veniva soffocato nella sua gola.
Poi diede l’ultimo scoppio di melodia. La luna bianca lo ascoltò, e dimenticò l’alba, e indugiò nel cielo. La rosa rossa lo ascoltò, e tremò dall’estasi, e aprì i suoi petali alla fredda aria del mattino. L’eco rimbombò nella caverna violacea sulle colline, e svegliò i pastori dai loro sogni.
Volò attraverso i giunchi del fiume, e portarono il loro messaggio al mare.
“guarda, guarda!” esclamò l’Albero, “la rosa è finita ora”; ma l’Usignolo non rispose, poiché giaceva morto sull’erba, con la spina nel suo cuore.
E a mezzogiorno lo Studente aprì la sua finestra e guardò fuori.
“Ma che grande fortuna!” esclamò; “ecco una rosa rossa! Non ho mai visto una rosa come questa in tutta la mia vita. È così bella che sono sicuro che abbia un lunghissimo nome latino”; così si chinò e la raccolse.
Poi si mise il cappello, e corse alla casa del professore con la rosa nella sua mano.
La figlia del professore era seduta in anticamera mentre avvolgeva della seta blu su di un rotolo, e il suo piccolo cagnolino era sdraiato ai suoi piedi.
“Mi avevi detto che avresti danzato con me se ti avessi portato una rosa rossa,” disse lo Studente. “Eccoti la rosa più rossa del mondo. La indosserai questa sera, vicino al tuo cuore, e come balleremo insieme ti svelerà quanto ti amo.”
“Mi dispiace ma non la indosserò sul mio vestito,” rispose; “e, inoltre, il nipote del Ciambellano mi ha mandato dei gioielli regali, e tutti sanno che i gioielli costano molto di più rispetto ai fiori.”
“Bene, a mio parere, sei molto ingrata,” disse arrabbiato lo Studente; e gettò la rosa in mezzo alla strada, dove cadde in una grondaia e un carrello con le ruote la schiacciò.
“Ingrata!” disse la ragazza. “Ti dico invece che tu sei davvero maleducato; e, dopo tutto, chi ti credi di essere? Solo uno studente. Non credo che tu abbia fibbie d’argento sulle tue scarpe come il nipote del Ciambellano”; e si alzò dalla sua sedia e entrò in casa.
“L’Amore è una cosa davvero sciocca,” disse lo Studente non appena se ne andò. “Non è utile neanche la metà della Logic, perché non prova niente, e ti fa sperare sempre una cosa che poi non si realizzerà, e fa credere a cose che non sono vere. In realtà è molto inutile, e, visto che tutto il resto è utile, dovrei tornare alla Filosofia e studiare i matematici.”
Così ritornò nella sua stanza e tirò fuori un grande libro polveroso, e iniziò a leggere.

sabato 14 luglio 2012

IL PRINCIPE FELICE - traduzione italiana



Posto in alto rispetto alla città, su un’alta colonna, stava la statua del Principe Felice. Era ornato da qualsiasi parte con piccole foglie di oro fino, aveva come occhi due zaffiri, e un grosso rubino brillava sull’ elsa della sua spada.
era infatti molto ammirato. “E’ bello come una girandola,” osservò un Consigliere della città che aspirava a guadagnare una reputazione per avere un talento artistico; “solamente non molto utile,” aggiunse, temendo che le persone lo avrebbero giudicato non pratico, che in realtà non lo era per niente.
“Perché non puoi essere come il Principe Felice?” chiese una saggia madre al suo bambino che stava piangendo per la luna. “Il Principe Felice non si è mai sognato di piangere per nulla.”
“Sono contento che ci sia qualcuno nel mondo che sia un po’ felice mormorò un uomo deluso non appena osservò la magnifica statua.
“Sembra semplicemente un angelo,” disse il bambino caritatevole non appena uscirono dalla cattedrale nei loro vivaci mantelli scarlatti e nei loro grembiulini di un bianco pulito.
“Come lo sai?” disse il Maestro di Matematica, “non ne hai mai visto uno.”
“ah! Ma lo abbiamo fatto, nei nostri sogni,” rispose il bambino; e il Maestro di Matematica aggrottò le sopracciglia e lo guardò davvero severamente, perché non approvava che i bambini sognassero.
Una notte volò sopra la città una piccola Rondine. I suoi amici erano andati via in Egitto sei mesi prima, ma lui era rimasto lì, perché era innamorato della più bella Libellula. Lui la incontrò all’inizio della primavera quando stava volando basso sul fiume dietro una grossa falena gialla e fu così attratto dalla sua vita snella che si fermò dal parlare
“Posso amarti?” disse la Rondine, a cui piaceva venire subito al punto, e la Libellula gli fece un ampio inchino. Così le volò intorno e intorno, toccando l’acqua con le sue ali, e creando increspature argentee. Questo era il suo corteggiamento, e questo durò durante tutta l’estate.
“E’ un affetto ridicolo,” cinguettarono le altre rondini; “lei non ha soldi, ed ha avuto troppe relazioni”; e infatti il fiume era pieno di Libellule. Così, quando arrivò l’autunno, volarono tutte via.
Dopo essersene andate lei si sentì sola, e iniziò a stancarsi della sua donna dell’amore. “Non fa conversazione,” disse, “e ho paura che sia una civetta, perché flirta sempre con il vento.” E certamente, ogni volta che il vento soffiava, la Libellula faceva gli inchini più graziosi.
“Ammetto che è addomesticata,” continuò, “ma io amo viaggiare e, di conseguenza, anche mia moglie dovrebbe amare viaggiare.”
“vuoi venire via come me?” le chiese finalmente; ma la Libellula scosse la testa, era troppo affezionata alla sua casa.
“Ti sei fatta gioco di me,” pianse. “Starò vicino alle Piramidi. Addio!” e volò via.
Volò per tutto il giorno e quando arrivò la notte era in città. “Dove mi posso posare?” disse; “spero che la città si sia preparata.”
Poi vide la statua sull’alta colonna.
“Mi poserò qui,” disse; “è un bel posto, con molta aria fresca.” Così si posò appena vicino al piede del Principe Felice.
“ho una stanza d’oro,” si disse a bassa voce appena si guardò intorno, e si preparò per andare a dormire; ma appena mise la testa sotto l’ala una grossa goccia d’acqua gli cadde addosso. “Che cosa curiosa!” esclamò; “non c’è una sola nuvola nel cielo, le stelle sono abbastanza chiare e brillanti, eppure sta piovendo. Il clima nel nord Europa è davvero terribile. La Libellula era abituata alla pioggia, ma questa era solo puro egoismo.”
Poi un’altra goccia cadde.
“Qual è l’utilità delle statue se non ti riparano dalla pioggia?” disse; “Dovrò cercare un bel caminetto,” e si decise di volare via.
Ma prima che abbia potuto aprire le ali, una terza goccia cadde, e guardò in su, e vide – ah! Cosa vide?
Gli occhi del Principe Felice erano pieni di lacrime, e le lacrime scorrevano sulle sue guance dorate. Il suo viso era così bella al chiarore della luna che la piccola Rondine era piena di pietà.
“Chi sei?” disse.
“Sono il Principe Felice.”
“E allora perché piangi?” chiese la Rondine; “mi hai abbastanza inzuppato.”
“Quando ero in vita e avevo un cuore umano,” rispose la statua, “Non sapevo cosa fossero le lacrime, perché vivevo nel palazzo di Sans-Souci, dove il dolore non era autorizzato ad entrare. Di giorno giocavo con i miei compagni nel giardino, e durante la sera guidavo le danze nella grande salone. Intorno al giardino c’erano delle mura davvero alte, ma non mi sono mai curato di chiedere cosa ci fosse oltre a quelle, per me tutto era così bello. I miei cortigiani mi chiamarono il Principe Felice, e infatti lo ero, se il diletto è felicità. Così vissi e così morii. E ora che sono morto mi hanno eretto qui così in alto che io possa vedere tutta la bruttezza e la miseria della mia città, e visto che il mio cuore è fatto di piombo non posso scegliere bensì piangere.”
“cosa? Non è fatto di duro oro?” si disse la Rondine. Era troppo educata per fare qualche osservazione personale a voce alta.
“Lontano da qui,” continuò la statua con una voce profonda e musicale, “lontano in una piccola via c’è una povera casa. Una delle finestre è aperta, e attraverso di essa posso vedere una donna seduta ad un tavolo. La sua faccia è magra e logora, e ha mani grossolane e rosse, tutte tese a cucire, visto che è una sarta. Sta cucendo dei fiori della passione su di un abito di raso per la più bella delle ragazze onorate dalla Regina, da indossare per il prossimo ballo di corte. In un letto nell’angolo della stanza il suo piccolo bambino giace ammalato. Ha la febbre e chiede delle arance. Sua madre non ha niente da dargli tranne che acqua del fiume, così lui piange. Rondine, Rondine, piccola Rondine, potresti portarle il rubino dall’elsa della mia spada? I miei piedi sono fissati a questo piedistallo e non posso muovermi.”
“Mi aspettano in Egitto,” disse la Rondine. “I miei amici volano su e giù dal Nilo, e stanno parlando con grossi fiori di loto. Presto andranno a dormire nella tomba del faraone. Il grande Re è lui in persona nella sua bara pitturata. È avvolto da gialle bende di lino, e imbalsamato con spezie. Attorno al suo collo c’è una catena di giada verde pallido, e le sue mani sono come foglie secche.”
“Rondine, Rondine, piccola Rondine,” disse il Principe, “non puoi stare con me ancora una notte, ed essere il mio messaggero? Il bambino è così assetato e la madre così triste.”
“Non penso che mi piacciano i ragazzini,” rispose la Rondie. “La scorsa estate, mentre vagavo per il fiume, arrivavano due ragazzi maleducati, i figli del mugnaio, che mi lanciavano sempre delle pietre. Non mi hanno mai ferito, ovviamente; le rondini di gran lunga troppo bene per questo, e inoltre, io provengo da una famiglia famosa per la sua agilità; ma comunque, quello fu un segno di disprezzo.”
Ma il Principe Felice sembrò così triste che la piccola Rondine si pentì. “E’ davvero freddo qui,” disse; “ma resterò con te ancora una notte, e sarò il tuo messaggero.”
“Grazie, piccola Rondine,” disse il Principe.
Così la Rondine tolse il rubino dalla spada del Principe, e volò via con quello nel becco sopra  i tetti della città.
Sorvolò la torre della cattedrale, dove erano scolpiti degli angeli di marmo bianco. Sorvolò il palazzo e sentì il suono delle danze. Una bella ragazza uscì sul balcone con il suo amante. “Come sono belle le stelle,” le disse, “e come è magnifica la potenza dell’amore!”
“Spero che il mio vestito sarà pronto per il ballo dello stato,” rispose; “ho ordinato di far ricamare dei fiori della passione; ma le sarte sono così pigre.”
Oltrepassò il fiume, e vide le lanterne appese agli alberi delle barche. Sorvolò il Ghetto, e vide gli anziani ebrei commerciare tra di loro, e pesare monete con serie di rame. Infine arrivò alla povera casa e guardò dentro. Il bambino stava tossendo febbrilmente nel suo letto, e la madre si era addormentata, era troppo stanca. Saltò dentro, e lasciò il grande rubino sul tavolo, vicino al ditale della donna. Poi volò gentilmente intorno al letto, sventolando la fronde del ragazzo con le sue ali. “Che freddo,” disse il bambino, “devo rimettermi in sesto”; e cadde in un sonno delizioso.
Poi la Rondine ritornò dal Principe Felice, e gli disse cosa aveva fatto. “Curioso,” osservò, “ma mi sento abbastanza caldo adesso, anche se c’è freddo.”
“Questo perché hai fatto una azione buona,” disse il Principe. E la piccola Rondine iniziò a pensare, e poi si addormentò. Il pensare la faceva sempre addormentare.
Quando giunse il giorno volò verso il fiume e si fece un bagno. “Che fenomeno notevole,” disse il Professore di Ornitologia appena passò sul ponte. “Una rondine in inverno!” Così scrisse una lunga lettera su di ciò ai giornali locali. Tutti quanti la riportarono, era piena di parole che loro non sapevano.
“Questa notte vado in Egitto,” disse la Rondine, ed era di buon umore per il suo progetto. Aveva visitato tutti i monumenti pubblici, e era rimasta per molto tempo sul campanile della chiesa. Ovunque lei andasse, i passeri cinguettavano e si dicevano tra di loro, “Che insigne straniero!” così si divertì molto.
Quando sorse la luna volò indietro dal Principe Felice. “Hai qualche commissione per l’Egitto?” esclamò; “sto per partire.”
“Rondine, Rondine, piccola Rondine,” disse il Principe, “non staresti con me ancora una notte?”
“Mi aspettano in Egitto,” rispose la Rondine. “Domani i miei amici voleranno alla seconda cataratta. Là ci sono i giacigli dei cavallucci marini tra i giunchi, e su di un grande trono di granito siede il dio Memnon. Lui guarda tutta la notte le stelle, e quando la stella del mattino splende, irrompe in un pianto di gioia, e poi rimane silenzioso. A mezzogiorno i gialli leoni verranno alle rive del fiume per bere. Loro hanno occhi come verdi berilli, e il loro ruggito è più forte del suono della cataratta.”
“Rondine, Rondine, piccola Rondine,” disse il Principe, “lontano da qui attraverso la città vedo una giovane uomo in soffitta. Sta studiando su una scrivania ricoperta di carte, e in un bicchiere vicino a lui c’è un mazzo di violette rinsecchite.
I suoi capelli sono marroni e crespi, e le sue labbra sono rosse come il melograno, e egli ha occhi grandi e sognanti. Sta cercando di finire un saggio per il Direttore del Teatro, ma ha troppo freddo per poter scrivere ancora. Non c’è fuoco nella grata, e la fame lo ha reso debole.”
“Aspetterò con te ancora una notte.” Disse la Rondine, che aveva un cuore davvero buono. “Devo portargli un altro rubino?”
“Ahimè! Non ho più rubini adesso,” disse il Principe; “i miei occhi sono tutto ciò che mi è rimasto. Sono fatti con dei preziosi zaffiri, che sono stati comprati in India cento anni fa. Cavane uno e portalo da lui. Lo venderà in gioielleria, e comprerà cibo e legna per il camino, e finirà il suo saggio.”
“Caro Principe,” disse la Rondine, “non posso farlo”; e iniziò a piangere.
“Rondine, Rondine, piccola Rondine,” disse il Principe, “fa come ti comando.”
Così la Rondine cavò l’occhio del Principe, e volò fino alla soffitta dello studente. Era abbastanza facile entrarci, visto che c’era un buco nel soffitto. Balzò attraverso di esso ed entrò nella stanza. Il ragazzo aveva la testa abbandonata nelle sue mani, così non sentì il battito delle ali dell’uccello, e quando alzò lo sguardo trovò il meraviglioso zaffiro che giaceva sulle viole avvizzite.
“Inizio ad essere apprezzato,” esclamò; “questo è da qualche grande ammiratore. Ora posso finire il mio saggio,” e sembrò molto felice.
Il giorno seguente la Rondine ritornò al rifugio. Era stato seduto sull’albero di un grosso vascello e aveva visto i marinai trasportare grande ceste fuori dalla stiva con corde.
“Tirare-oh!” gridavano appena una cesta veniva tirata su.
“Sto per andare in Egitto,” esclamò la Rondine, ma nessuno ci faceva caso, e quando spuntò la luna, andò dal Principe Felice.
“Sono venuto a offrirti i miei saluti,” proclamò.
“Rondine, Rondine, piccola Rondine,” disse il Principe, “non staresti con me ancora una notte?”
“E’ inverno,” rispose la Rondine, “e la fredda neve arriverà a breve. In Egitto il sole è caldo sulle verdi palme, e i coccodrilli giacciono nel fango e ti guardano pigramente. I miei compagni si stanno costruendo un nido nel tempio di Baalbec, e le colombe bianche e rosa li stanno guardando, e tubano tra di loro. Caro Principe, ti devo lasciare, ma non ti dimenticherò mai, e la prossima primavera ti porterò due bellissimi gioielli al posto di quelli che hai donato. Il rubino sarà più rosso di una rosa rossa, e lo zaffiro sarà blu come il grande oceano.”
“Nell’angolo qui vicino,” disse il Principe Felice, “c’è una piccola bambina che vende fiammiferi. Ha lasciato cadere i suoi fiammiferi nella grondaia e si sono rovinati tutti. Suo padre la picchierà se non porterà a casa qualche soldo, e lei sta piangendo. Non ha scarpe o provviste, e la sua ppiccola testa è scarna. Cavami l’altro occhio, e portaglielo, così suo padre non la picchierà.”
“Starò con te ancora una notte,” disse la Rondine, “ma non posso cavarti l’occhio. Diventerai cieco.”
“Rondine, Rondine, piccola Rondine,” disse il Principe, “fa come ti comando.”
Così cavò l’altro occhio del Principe, e volò in picchiata con quello. Piombò vicino alla ragazza dei fiammiferi, e fece scorrere il gioiello nel palmo della sua mano. “Che adorabile coccio di vetro,” esclamò la bambina; e corse a casa, ridendo.
Poi la Rondine ritornò dal Principe. “Ora sei cieco,” disse, “così starò con te per sempre.”
“No, piccola Rondine,” disse il povero Principe, “devi andare via in Egitto.”
“Starò con te per sempre,” disse la Rondine, e si mise a dormire ai piedi del Principe.
Per tutto il giorno seguente stette seduto sulla spalla del Principe, e gli raccontò storie di ciò che aveva visto in paesi bizzarri.
Gli raccontò degli ibis, che stanno in lunghe file lungo le rive del Nilo, e catturano pesci dorati nei loro becchi; della Sfinge, che alta come tutto lo stesso pianeta, e vive nel deserto, e conosce tutto; dei mercanti, che camminano lentamente ai lati dei loro cammelli e portano pietre di ambra nelle loro mani; del Re delle Montagne della Luna, che è nero come l’ebano, e venera un grande cristallo; del grande serpente verde che dorme sulle piante di palma, e aveva venti preti che lo nutrivano con dolci torte; dei pigmei che navigarono un grosso lago su di una foglia larga e piatta, e sono sempre i guerra con le farfalle.
“Cara piccola Rondine,” disse il Principe, “mi racconti meravigliose cose, ma più meraviglioso di tutto è il dolore dell’uomo e della donna. Non c’è Mistero più grande della Miseria. Sorvola la mia città, piccola Rondine, e dimmi che cosa vedi.”
Così la Rondine sorvolò la grande città, e vide uomini ricchi che si sposavano nelle loro belle case, mentre i mendicanti erano seduti vicino alle porte. Volò attraverso rotte oscure, e vide le bianche facce dei bambini affamati che guardavano svogliatamente le strade nere. Sotto l’arcata di un ponte due piccoli bimbi erano abbandonati l’uno nelle braccia dell’altro per cercare di scaldarsi. “Come siamo affamati!” dicevano. “Non potete stare qui,” gridò il Guardiano, così vagarono fuori sotto la pioggia.
Poi tornò dal Principe e gli disse ciò che aveva visto.
“Sono ricoperto di oro fino,” disse il Principe, “devi togliermelo, foglia per foglia, e portarlo ai miei poveri; gli esseri viventi credono sempre che l’oro li possa rendere felici.”
La Rondine tolse ciascuna foglia di oro fino, finché il Principe Felice non sembrò opaco e grigio. Portò ciascuna foglia di oro fino ai poveri, e le facce dei bambini divennero rosee, e risero e giocarono nelle strade. “Ora abbiamo pane!” gridavano.
Poi arrivò la neve, e dopo la neve arrivò il freddo. Le strade sembravano fatte d’argento, da quanto erano luccicanti e brillanti; ghiaccioli lunghi come pugnali di cristallo pendevano dai cornicioni delle case, tutti uscivano di casa con le pellicce, e i bambini indossavano berretti scarlatti  pattinavano sul ghiaccio.
La povera piccola Rondine divenne sempre più fredda, ma non voleva lasciare il Principe, lo amava troppo.
Mangiava le briciole fuori dalle porte dei panifici quando il panettiere non guardava, e cercava di scaldarsi sbattendo le ali.
Ma alla fine capì che stava per morire. Ebbe appena la forza di volare sulla spalla del Principe un’ultima volta. “Addio, caro Pricnipe!” mormorò, “mi lascerai baciare la tua mano?”
“Sono contento che stai finalmente per andare in Egitto, piccola Rondine,” disse il Principe, “sei stata qui per troppo tempo; ma mi dovrai baciare sulle labbra, perché ti voglio bene.”
“Non è l’Egitto il luogo in cui sto andando,” disse la Rondine. “Sto per andare nella Casa della Morte. La Morte è la sorella del Sonno, vero?”
E baciò il Principe Felice sulle labbra, e cadde morto sui suoi piedi.
In quel momento un curioso suono di spaccatura suonò all’interno della statua, come se si fosse rotto qualcosa. Il fatto era che il cuore di piombo si era spaccato in due. Certamente era terribilmente congelato.
Il mattino seguente, il Sindaco stava camminando nell’angolo accanto accompagnato dai Consiglieri della Città. Non appena passò di fianco alla colonna guardò in alto verso la statua: “Povero me! Come appare squallido il Principe Felice!” disse.
“Davvero squallido!” esclamarono i Consiglieri della Città, che erano sempre d’accordo con il Sindaco; e guardarono anche loro.
“Il rubino è caduto dalla sua spada, i suoi occhi non ci sono più, e neanche l’oro,” disse il Sindaco; “in realtà, è poco meglio di un mendicante!”
“Poco meglio di un mendicante,” dissero i Consiglieri della Città.
“E c’è anche un uccello morto ai suoi piedi!” continuò il Sindaco. “Dovremmo davvero emanare una legge per cui gli uccelli non sono autorizzati a morire qui.” E il Cancelliere della Città prese nota della proposta.
Così abbatterono la statua del Principe Felice.
“Visto che non è più bello, non è più neanche utile,” disse il Professore d’Arte dell’Università.
E fusero la statua in una fornace, e il Sindaco riunì la Corporazione per decidere che ocsa farne del metallo. “Dovremmo fare un’altra statua, ovviamente,” disse, “e dovrebbe essere una statua di me stesso.”
“Di me stesso,” disse ciascuno dei Consiglieri della Città, e litigarono. L’ultima volta che li ho sentiti stavano ancora bisticciando.
“Che cosa strana!” disse il sorvegliante dell’operaio alla fonderia. “Questo cuore di piombo spezzato non si fonde nel forno. Dobbiamo buttarlo via.” Così lo buttarono su un mucchio di polvere dove giaceva anche la Rondine morta.
“Portami le due cose più preziose nella città,” disse Dio ad uno dei Suoi Angeli; e l’Angello Gli portò il cuore di piombo e l’uccellino morto.
“Hai scelto saggiamente,” disse Dio, “nel mio giardino del Paradiso questo uccellino canterà per l’eternità, e nella mia città d’oro il Principe Felice mi loderà.”

venerdì 13 luglio 2012

THE HAPPY PRINCE - riassunto


IL PRINCIPE FELICE - Oscar Wilde

Once upon a time there was a prince who lived in a castle where sorrow wasn’t allowed, so he lived all his life in happiness, but as he die, they built a statue of him, with precious sapphires in his eyes, a ruby in his sword-hilt and with golden leaves on his body.
From his high place he could see all the selfishness and the misery in his kingdom; so as a little swallow perched on his shoulder, he asked him a favour. Even if the swallow had to migrate in Egypt, as the winter was coming, he accepted. The Happy Prince ordered him to bring the ruby of his sword-hilt to a poor seamstress and his little ill children, and so he did.
the Swallow’s plan was to leave the next day, but the statue asked him to stay a night longer and prayed to put off a sapphire from his eye and bring it to a student who hadn’t food and wood for the fire, and in these conditions he couldn’t write a play for the Director of the Theatre; so he did what the Prince asked him. The third day the statue asked him if he could bring his other eye to a match-girl  whose father would have beat her if she hadn’t brought him the matches she has just let fall in the gutter. When the little swallow did so, he decided to stay forever with the Happy Prince because he was blind now, even if the winter was so cold and he wasn’t accustomed to snow.
One day the Happy Prince asked him the latest favour: to take off al the gold leaves and fly to bring it to the poor people of his city; but the little bird couldn’t resist longer to the cold, so died kissing the Prince’s lips, and his lead heart broke. When the Mayor and the Town Councillors saw the statue of the Happy Prince, they decided that he was unusual because he was shabby and dull. They melted the statue in a furnace and threw away his lead heart  on the same dust-heap where the body of the Swallow was lying.
When the God asked his Angels to bring Him the most precious things in the city, they brought Him the little Swallow and the lead heart.