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sabato 3 settembre 2016

EPICURO - Epistola ad Erodoto: riassunto e commento


L'origine del linguaggioepistola di Epicuro ad Erodoto (75-76 nel thesaurus)

Epicuro ci dice dell'importanza della φύσις nell'insegnamento, e identifica i tre passi dell'origine del linguaggio:

  1. Φύσις: porta gli uomini a emettere suoni con un significato

→ originariamente i nomi delle cose non vengono composti per convenzione: gli uomini provando alcune

     emozioni e percezioni a partire da stimoli concreti della realtà emettono dei suoni propri in relazione alla

     particolarità di ogni stimolo

→ la risposta agli stimoli varia a seconda della diversità del popolo, determinato dal luogo in cui è nato e vive,

     proprio perché questo stimolo proviene dalla natura (sempre diversa) e non dall'uomo (uguale)

  1. Λογισμός: gli uomini danno di comune accordo dei significati convenzionali alle parole, organizzano questi suoni che ha prodotto la natura → si sviluppano lingue diversi in luoghi diversi

→ aggiunge invenzioni a ciò che è dato dalla natura in alcuni campi più velocemente di altri, e in alcuni periodi

     compie progressi maggiori che in altri

→ lentamente gli uomini catalogano convenzionalmente i suoni emessi dagli stimoli

→ conseguenza → minore ambiguità dell'espressione e dell'intesa (conseguenza qualitativa)

                             → minor tempo per la comunicazione (conseguenza quantitativa)

  1. Gli uomini più intelligenti, più capaci dal punto di vista intellettivo e filosofico introducono concetti astratti e complessi e danno loro un nome → fase totalmente taciuta da Lucrezio

→ ci sono quindi due momenti della φησις la prima e di tutti gli uomini la seconda è di alcuni uomini intelligenti



  • Συνθήκη patto sociale → altrimenti la razza umana rammollita non avrebbe potuto sopravvivere. C'è qualcosa di positivo si sviluppa la prima rudimentale giustizia e c'è più possibilità di sopravvivere.
  • L'uomo ha appreso molte cose dalla natura per necessità naturale. Prima la natura dell'uomo impara per costrizione degli avvenimenti della realtà.
  • In un secondo tempo la ragione, il ragiona, entro abbia perfezionato è trovato qualcosa in più (composti con diverse preposizioni) perfezionato ciò che le era stato consegnato da parte di questa (natura) ciò che aveva preso dalla natura in seguito lo perfezionò e porto a nuove successive scoperte presso alcuni uomini più velocemente presso altri più lentamente. In alcuni periodi di tempo... Poi corruzione. Idea che ci furono epoche di maggiore apprendimento epoche di minore produttività

mercoledì 13 aprile 2016

ESERCITAZIONE SUI VERBI GRECI


VERBO
PRES. IND
TEMPO
MODO
PERSONA
DIATESI
TRADUZIONE
ἔλυον
λύω
imperfetto
indicativo
I singolare
III plurale
attiva
scioglievo
scioglievano
βούλοιο






ἐργάζῃ






μέλλειν






φερέσθων






εἴχομεν






ἑποίντο






ἑρπέτω






μάχοιντο






ἐλέγου






ἴσθι







λύω
presente
congiuntivo
III plurale
medio/pass


φέρω
presente
imperativo
II singolare
attiva


εἰμι
presente
ottativo
II singolare
attiva


εἰμι
presente
infinito
-
attivo


ἐχω
imperfetto
indicativo
II singolare
medio/pass


μέλλω
presente
imperativo
III singolare
medio/pass


ἕρχομαι
presente
indicativo
III singolare
medio/pass


κομίζω
presente
congiuntivo
II singolare
medio/pass


λαμβάνω
presente
indicativo
II singolare
medio/pass


λείπω
presente
ottativo
III plurale
attivo



lunedì 24 novembre 2014

LE TRAGEDIE DI SENECA - Fedra - analisi

SCHEDA DULLA TRAGEDIA FEDRA DI SENECA

IL MITO: varianti del mito accolte da Seneca

Il testo di Seneca, messo a confronto la tragedia Ippolito di Euripide, presenta numerose e radicali differenze nello sviluppo del medesimo mito. Innanzitutto il titolo, nella tragedia di Seneca, dice di una maggiore attenzione focalizzata sul personaggio di Fedra, perché a Seneca interessa prendere in esame il comportamento umano più che quello divino, le passioni che possono trascinare l’uomo alla morte più che il rapporto con la divinità, che per l’Ippolito di Euripide vuole essere di pura affezione. Questo comporta un notevole cambiamento nella figura di Ippolito, che ora non è più caratterizzato dall’amore puro e totalizzante per la dea Artemide (o Diana per il contesto latino), ma dal disprezzo per il genere femminile e, più in generale, per il potere, che porta con sé i vizi, fino ad arrivare all’umanità intera. Quello di Seneca è un Ippolito che fugge la città, che evita il contatto con gli altri uomini per preservare la propria purezza, convinto che nella solitudine sia impossibile nuocere ad alcuno. È un Ippolito cosciente della sua purezza, e che indirizza ogni sua scelta alla sua conservazione nel disprezzo totale per tutto il resto della realtà.
Tutta l’attenzione è quindi focalizzata su Fedra, di cui viene esasperata la passione che la divora, molto più che in Euripide: infatti la Fedra di Seneca perde qualsiasi attaccamento all’onore, che invece era risultata l’ultima spiaggia della Fedra precedente. Per sottolineare questo aspetto, Seneca sceglie di eliminare il tradimento della nutrice, in entrambi i testi personaggio fondamentale, e di far rivelare alla stessa madre la verità dei suoi sentimenti ad Ippolito. Questa variante viene poi esasperata nella scelta di eliminare l’inganno  che la Fedra euripidea aveva escogitato per la salvaguardia della sua dignità, ultima cosa che le era rimasta: qui invece la donna sembra non avere altra preoccupazione se non la sua devastante e dilaniante passione, divenuta ormai incontrollabile. Sarà infatti la nutrice, cui sta a cuore preservare l’onore della signora, che avrà l’idea di presentare Fedra come vittima dello stupro, salvandola dalla potenziale ira del marito tornato a casa. Ma Seneca vuole affermare la sua scelta, la sua linea ancora più palesemente facendo confessare la sua colpa a Fedra davanti a Teseo, poco prima di uccidersi.
Non molto differente è invece la figura del marito, che in Seneca non condivide nessun dialogo con Ippolito, ma che condivide con l’omonimo euripideo la tristissima e disperata sorte, qui forse più accentuata dalla forte scelta di Seneca di farlo prima morire e poi resuscitare. Teseo sarebbe infatti tornato dal mondo dei morti senza alcun senso evidente, se non quello di uccidere suo figlio, godendone ed essendone insieme afflitto, e di assistere al suicidio dell’amata moglie. Che disperazione in un uomo risuscitato per macchiarsi di una colpa gravissima e per distruggere ciò che più amava e che almeno da morto aveva lasciato integro; non stupisce quindi se è sulle labbra di Teseo che sentiamo più spesso pronunciate le parole “fato funesto” e “destino crudele” e insensato, che pone un altro livello di rapporto con dio: quello dell’ostilità verso una sorte cieca.
Ma la variante più interessante, che centra anche con il tema del rapporto con gli dei, è in realtà l’osservazione di una mancanza, evidente nel paragone con l’Ippolito di Euridipe e soprattutto se si nota chi, nelle due tragedie, svela la verità dei fatti. Mentre nel mito euripideo siamo stupiti dalla presenza della divinità che apre la scena e la chiude con addirittura l’intervento divino di Artemide, unico per il mondo classico, nella tragedia di Seneca non possiamo non rimanere colpiti dalla mancanza di un rapporto con la divinità. Esso è espresso solamente attraverso i riferimenti nei discorsi e il racconto del prodigio di Nettuno che ha ucciso Ippolito. È infatti la stessa Fedra a svelare l’inganno della nutrice e la sua ipocrisia, mentre in Euripide è Artemide a rivelare la verità. A ben pensarci, sembra addirittura che la passione amorosa non sia provocata dalla dea, ma sorga spontaneamente nel cuore della madre; mentre Euripide specifica l’azione vendicativa di Afrodite nei confronti di Ippolito attraverso Fedra.

L’ETHOS: passi in cui risulta l’analisi psicologica, e in particolare il contrasti fra passioni e bona mens

La tematica dell’ethos è il punto fondamentale del messaggio educativo che Seneca vuole trasmettere al lettore. A tema infatti di ogni tragedia c’è il contrasto fra vizi e virtù, cioè fra passione frenata e capacità di controllare i sentimenti, l’equilibrio, la bona mens. Nell’analisi psicologica del personaggio di Fedra, che è il punto focale di tutta la tragedia, è infatti evidente una lotta, già persa in partenza, tra la travolgente passione amorosa e almeno il tentativo di nascondere questa colpa, di preservare il proprio onore. Ma tutti i tentativi cadono davanti alla forza irresistibile di questo amore insano.
Tutto il dialogo iniziale tra Fedra e la nutrice è rappresentativo di questa lotta, che per la nutrice è una questione di volontà, mentre per Fedra è una situazione di impotenza. Alla fiamma divoratrice viene infatti opposto un discorso moralista che invita a spegnere il fuoco della passione, a imparare a domarlo, a riflettere sulle conseguenze, a lasciarsi consigliare dal timore verso il marito. Per la nutrice il “voler guarire è l’inizio della guarigione”, ma il problema di Fedra è un’impotenza della volontà ad uscire dal male: l’unica via possibile per lei sarà infatti la morte come liberazione delle colpe.
Ma fallisce quindi l’etica di comportamento proposta da Seneca? Esiste un punto di non ritorno da cui l’uomo non può sottrarsi applicando uno schema di comportamento?

IL POTERE: passi in cui è svolto il tema della negatività del potere

Così dice a Fedra la nutrice nel primo dialogo che apre la tragedia, ammonendola per la sua passione:

Quando il benessere è troppo e si nuota nell’opulenza, nasce la cupidigia del nuovo. È allora che si insinua la libidine, questa crudele compagna della fortuna. Il solito cibo, una casa giusta e modesta, un comune boccale non bastano più. Nelle famiglie degli umili, perché si insinua di rado questa luce che sceglie ivnvece le case altolocate? Perché sotto umile tetto vive casto l’amore, perché la gente modesta ha desideri sani, e sa frenarli? Perché ricchi e potenti bramano invece più di quel che è lecito? Chi troppo può, vuol potere quello che non si può.


E così pronuncia Ippolito nel suo primo intervento lungo, rivolto alla nutrice:

Che cosa bevono i potenti in quelle coppe d’oro? Affanni. […] Dorme più tranquillo chi si affida a un duro giaciglio. Non medita da malvagio, nel buio della sua stanza, amori furtivi, non si nasconde da vile nei recessi del palazzo. Cerca l’aria e la luce, il cielo è testimone della sua vita. Sono certo che vivevano così gli uomini che la prima età generò insieme agli dei. Non conoscevano la cieca brama dell’oro […]

Il potere qui chiamati in causa non è quello politico, ma quello materiale: la ricchezza, l’eccessiva abbondanza. Si può capire, prendendo in considerazione il messaggio principale che Seneca vuole trasmettere al lettore (rifiuto di ogni eccesso in favore del virtuoso equilibrio) perché viene rifiutata l’opulenza. Essa deturpa l’uomo, come ogni vizio che nasce dall’eccesso.
Questo tema riecheggia inoltre una concezione espressa anche dagli storici latini che tentano di spiegare le ragioni del crollo dell’impero romano, che vengono identificate in un crollo della morale, a partire da una pace troppo prolungata e da un eccesso di benessere che ha reso flaccidi ed effeminati gli animi romani (per esempio Sallustio). È l’ambiente di ricchezza che fa da terreno fertile al vizio, o addirittura è condizione per cui esso si genera. Per questo Ippolito, che vuole mantenersi puro, rigetta qualsiasi tipo di potere materiale scegliendo di condurre la sua esistenza nei boschi.

DEI E UOMINI: quale sembra essere la concezione degli dei? Esiste l’idea di fato come destino razionale e provvidenziale? Esiste un’idea di fortuna cieca? Esiste una concezione dell’al di là?

C’è un dio che possa aiutarla, nel suo delirio, la sventurata che sono?
Un dio troppo potente sta domando il mio cuore.
Venere odia la stirpe del sole. Si vendica su di noi […]
L’amore è un dio? Questo lo dice la libidine. Per essere più libera ha dato il nome di un dio alle sue voglie.
Il potere di Venere e l’arco di Cupido se li è inventati una mente delirante.

Queste frasi estrapolate dal primo dialogo che hanno Fedra e la nutrice dicono di sue posizioni diverse nei confronti degli dei: da una parte Fedra accusa a Cupido la responsabilità della sua passione e si sente abbandonata dagli dei che non intervengono togliendole di dosso il male che l’assale, incolpando il destino crudele, e nello stesso tempo contraddicendosi e additando ad essa stessa la colpa. Dall’altra parte c’è invece la nutrice, più razionalista e moralista, che ricolloca la responsabilità del vizio alla donna, arrivando a mettere in dubbio l’esistenza delle divinità tradizionali.
Fedra non è la sola ad invocare l’intervento da parte della provvidenza divina, caratteristica dello stoicismo, condiviso da Seneca stesso: anche Ippolito, scoperta la passione della madre, ne invoca la morte da parte degli dei, in nome della giustizia che punisce l’impurità (notiamo il suo attaccamento alla purezza dal suo sconvolgimento, che arriva fino a tentarlo di uccidere lui stesso la madre, paradosso per chi vuole conservarsi integro! L’Ippolito di Euripide invece, pur sbalordito dai sentimenti della madre, prova per lei pietà). Lo stesso fa Teseo quando, ingannato dalla moglie, gli viene fatto credere lo stupro; lancia quindi la sua maledizione contro il figlio invocando il padre Nettuno di esaudirlo. Molti personaggi invocano quindi un intervento divino particolare: quello che esaudisca le preghiere e i progetti dell’uomo, la realizzazione dei quali non si rivela però un bene, anzi un male distruttivo e disarmante. Perché dio accetta di esaudire l’uomo se i suoi desideri portano ad un male? È dunque la pronoia un bene o un male per l’uomo? La provvidenza in sé risulta insufficiente. Riecheggia quindi il verso del’Ippolito euripideo in cui il servo pregava gli dei di essere più saggi dell’uomo.
Infine Teseo pone un’altra posizione del rapporto con gli dei, sostituendoli con la Τύχη greca: propone una visione della vita retta da una fortuna cieca e distruttiva:

Terribili travolgono gli eventi / la vita degli uomini.

Sembra ricalcare questa visione l’insistenza con cui si sottolinea che il corpo del defunto Ippolito viene ricomposto avvicinando tra loro le membra “a casaccio”.
Infine, nella tragedia è rintracciabile una concezione dell’aldilà: viene accettata infatti la tradizione per cui esiste un regno dei morti (Tartaro) retto da un dio (Plutone per i latini), che non permette agli uomini di ripercorrere il viaggio al contrario. È stato permesso solo a pochi, incluso Teseo ed Ercole.

IL CORO: qual è la funzione dei brani corali?

Notiamo in modo evidente la ripresa della funzione del coro, che non si limita ad un breve intermezzo musicale di danze e canti improvvisato di volta in volta e slegato dalla vicenda rappresentata, come lo era per la commedia ellenistica. Qui il coro è di nuovo un personaggio collettivo, che però interagisce scarsamente con gli altri personaggi, a differenza del coro della tragedia classica. La sua funzione infatti è quella di concludere una scena e di introdurne una nuova (notiamo infatti l’ultimo verso che presenta l’entrata di un personaggio), interrompendo la vicenda con racconti mitici, descrizioni, invocazioni o commenti di ciò che è appena accaduto.

LO STILE: caratteristiche dello stile di Seneca e del gusto dell’epoca

Possiamo rintracciare in alcune scelte di Seneca il gusto dell’epoca per il macabro, l’orrido, il sangue, il compiacimento nel mostrare orrori, nel presentare elementi di stregoneria, di mistero, che rendono più attraente la rappresentazione, che manca della presenza diretta della divinità.
-          Il ritorno di Teseo dal regno dei morti
-          La descrizione della morte di Ippolito da parte dell’araldo fino nei dettagli, descrivendo il sangue, il corpo trafitto, il viso sfigurato dai sassi, le carni straziate dagli arbusti
-          Il suicidio di Fedra messo in scena (ricordo che nella tragedia classica le morti erano solamente raccontate da altri personaggi, con l’eccezione di Aiace)
-          Il coro che fa riferimento ad elementi magici e a pratiche di stregoneria (Una maga tessala l’affascina, tememmo noi a quel torbido lume e, per scongiuro, facemmo tintinnare metalli.)

TECNICA TEATRALE

Spesso la critica esprime una perplessità sulla reale rappresentabilità delle tragedie di Seneca, ritenendo che esse siano state scritte puramente per la declamazione. A favore di questa tesi è la struttura della tragedia, mancante d’azione e ricca di dialoghi, sviluppati solo tra due personaggi. La lunghezza delle battute ricalca lo scopo che la tragedia ha per Seneca: l’insegnamento morale, e questo va a discapito dell’azione teatrale. L’unico grande avvenimento presente nel testo, il suicidio di Fedra, è difficilmente rappresentabile, per la sua stessa natura.

Si nota poi il numero ristretto di personaggi.

giovedì 20 novembre 2014

L'ELLENISMO - letteratura greca e latina

ELLENISMO

-    Contesto storico
» la parola ellenismo fu introdotta per la prima volta nell’Ottocento
» individua il periodo che va dalla morte di Alessandro Magno (323 a.C.) alla battaglia di Azio (31 a.C.)
» l’impero di Alessandro Magno è avvertito come una pagina del tutto nuova per la storia
» il mutamento fu definitivo con l’avanzare della potenza romana nel II sec a.C., fini alla conclusione delle
   guerre puniche (146 a.C.), che determina la definitiva affermazione di Roma su Cartagine con la
   distruzione di Corinto, che coincide con la definitiva sottomissione della Grecia a Roma
-    I tre regni ellenistici
» alla morte di Alessandro (323 a.C.), quando aveva solo 33 anni, i suoi successori (i diadochi), che non
   avevano un’autorevolezza pari, non riuscirono a salvaguardare l’unità di un territorio così vasto
» ci fu una dura contesa da parte dei suoi generali per il possesso di tutte le terre, indebolendo così il potere
» la politica di integrazione di Alessandro poi aveva suscitato molte proteste, e presero l’inferiorità dei
   successori come occasione per i loro tentativi autonomistici
» primi decenni del III sec si arriva ad una spartizione del territorio e alla costituzione dei regni ellenistici
1.      regno di Macedonia » dinastia degli Antigonidi
» la dinastia di re prende il nome dal fondatore Antigono, uno dei generali successori di Alessandro
» regno intrinsecamente debole per i contrasti perenni tra Greci e Macedoni; le divisioni interne fecero sì che quello macedone fu il primo dei regni ellenistici a cadere sotto il dominio romano
2.      regno d’Egitto » dinastia dei Tolomei
» aveva il controllo delle coste africane fino ai confini dell’Asia
» prende il nome dal fondatore Tolomeo, che, seguendo Alessandro, si presentò come successore dei
   faraoni, e attuarono un’intelligente politica di rispetto e valorizzazione delle diverse etnie
» fu tra tutti il regno ellenistico più stabile: rimase nelle mani dei Tolomei fino all’evento della
   potenza romana (ultima regnante fu Cleopatra VII)
» notevole fu l’apertura dei Tolomei verso i Greci, e la politica culturale improntata al mecenatismo
3.      regno di Siria » dinastia dei Seleucidi
» la dinastia prende il nome dal fondatore capostipite Seleuco; i successivi re della dinastia ebbero
   nomi che si alternavano tra Seleuco e Antioco (capitale = Antiochia)
» si estendeva nei territori conquistati da Alessandro nelle regioni d’Asia (a partire dall’Asia Minore)
» la sua intrinseca debolezza consiste nella vasta estensione e nella conseguente differenzazione dal
   punto di vista etnico » i sovrani scelsero di esercitare una politica di forte ellenizzazione
» conseguenza dell’ ellenizzazione = resistenza di molte popolazioni locali
                                                         » l’elemento greco appare come simbolo di odiosa dominazione
» questa debolezza li rende prede facili delle popolazioni limitrofe: i Parti da Oriente, la popolazione
   celtica dei Galati, i Romani da Occidente » in poco tempo ha perso tutti i territori orientali
4.      regno di Pergamo » dinastia degli Attalidi
» dinastia prende il nome dall’esponente più illustre Attalo I
» si forma all’interno del regno dei Seleuci, in seguito a uno dei tanti moti secessionistici
» fu il regno più piccolo, dovette fronteggiare i vicini Seleucidi, Galati, Macedoni
» per contrastare gli avversari: politica filo romana » gli consentì di sopravvivere sino al 133 a.C.
» 133 » re Attalo III, muore senza avere eredi maschi, lascia in eredità il suo regno a Roma
» non era una potenza politica e militare notevole, ma florido economicamente
» politica ragguardevole di spessore » la fa diventare uno dei centri culturali più importanti
-    l’impero di Alessandro
» premessa: non sappiamo molto di questo personaggio fondamentale per la storia perché le biografie che
   abbiamo di lui sono molto tarde (la prima è del I sec d.C.), non abbiamo cronache del tempo
» aveva creato un impero di ampiezza sconfinata, il più grande che la storia avesse conosciuto, che
   abbracciava tutto il mondo allora conosciuto
» aveva sostituito alla realtà locale della polis una struttura politica unitaria, aveva un progetto di
   integrazione culturale e di fusione popolare (diede infatti ordine ai suoi generali di sposare principesse
   locali e prende lui stesso in sposa una principessa africana)
» questa fusione non avviene indolore » i Greci si sentono diversi e anche superiori
» per ottenere ciò che voleva, cioè l’impero più vasto della storia fino a quel momento che potesse durare
   nel tempo, elaborò un progetto diretto verso la creazione di un’unione più profonda che quella politica
» Alessandro, dovunque andasse, fondava una piccola città di nome Alessandria (fattore di unione)
» molto interessante è la sua scelta religiosa » quando conquista l’Egitto (che allora era sotto il dominio
   della monarchia persiana), si presenta come liberatore e valorizzatore delle tradizioni e del passato
   egiziano proponendosi come discendente del faraone, e quindi come figlio di dio » nel santuario del dio
   Ammone si fa proclamare ufficialmente dio » cosa impensabile per i Greci
» gli Egiziani guardano a lui come liberatore della dominazione persiana, che si era imposta come
   dominazione economica, senza imporre loro la propria religione
» dal suo progetto di integrazione culturale e politica nasce l’ellenismo: quell’epoca caratterizzata dalla
   contaminazione, dal cosmopolitismo e dalla conseguente individualizzazione
-    Possiamo dividere l’ellenismo in due epoche
1.      dal 323 al 146 a.C. » momento in cui Roma conquista la Grecia
» luoghi fondamentali = capitali dei regni ellenistici
» ma dal III secolo la potenza romana inizia ad entrare in diretta relazione con i regni ellenistici
» le guerre illiriche portano Roma nella penisola balcanica
» durante le guerre macedoniche Roma si presenta come paladina dell’autonomia dei Greci
» ne 146 a.C.  » Corinto e lega achea cercano di opporsi all’avanzata della potenza romana » sconfitte
» “la Grecia, una volta conquistata, conquistò il suo feroce vincitore e introdusse le arti nel Lazio
   agreste” » Orazio, epistola II » diffusione della cultura ellenistica a Roma trasportando opere e colti
2.      dal 146 al 31 a.C. il luogo di attrazione diventa Roma
» c’è una decadenza delle capitali ellenistiche, poi era stato conquistato il potere politico
» questa seconda parte di ellenismo non ha molti spunti creativi (a parte Polibio), non c’è creatività in
   ambito greco, ma c’è solo uno sviluppo del passato e l’insegnamento ai romani da parte dei dotti
» questo vuoto di un secolo è stata la condizione perché si sviluppasse la letteratura latina
-    mecenatismo romano: i circoli
» gli studiosi si spostano a Roma, dove diventano maestri dei romani di filosofia, poesia e retorica
» ci sono grandi famiglie che ospitano i circoli, e fanno mecenatismo (come i Scipioni e i Messalla)
» gli Scipioni sono la prima e la più grande famiglia di mecenati che ospita un circolo nelle sue residenze
» caratteristico dell’ellenismo è il rapporto tra intellettuale e il potere » arte al servizio del potere
» le famiglie romane svolgono lo stesso rullo che in precedenza svolgevano i re greci
» Roma è una repubblica: non c’è il re e non è lo Stato che si incarica di questo compito
» c’era poi una forte opposizioni da parte delle istituzioni romane (portavoce è Catone)
-    passaggio da cittadino a suddito
» il cittadino greco, abituato a concepire se stesso come parte di una comunità politica a lui familiare si
   trova in breve inserito in una realtà esponenzialmente più vasta di cui sfuggono i contorni
» l’uomo ellenistico non vive più in una democrazia, ma in una monarchia
» implica che non si sente più un polites » viene persa la caratteristica fondamentale dell’uomo del V sec
» la sua appartenenza non è più alla città, non si sente parte di niente
» esiti opposti ma complementari » individualismo
                                                      » cosmopolitismo
» due categorie apparentemente antitetiche diventano due poli della medesima realtà
-    Nascita dell’individuo: concepirsi solo di fronte al mondo
» l’uomo si sente importante non più in quanto appartiene ad un nucleo, ma trova un valore in se stesso
» che cosa sono se non sono un cittadino ateniese? Un essere umano, sono un “io” e non mi sento legato
   ad altre appartenenze se non all’umanità intera, formata dall’insieme di singoli individui, di singoli “io”
-    Cosmopolitismo: l’individuo diventa cittadino del mondo
» dalla contaminazione del mondo greco da parte di diverse civiltà ne consegue la perdita di un’identità
   specifica e l’acquisto di un’identità più ampia con il mondo » nasce l’idea dell’appartenenza al mondo
» quando verrà trasferita a Roma attraverso Terenzio, viene chiamato con il termine romano humanitas
» humanitas = l’essere un uomo, è l’appartenenza all’insieme degli uomini
                     » indica sia l’insieme degli uomini sia l’idea per cui essendo uomo, ho un legame con tutti
                     » Teocrito: “Homo sum: nihil umani a me alienum puto” frase simbolo dell’humanitas romana
» da una parte il sentirsi appartenente ad una realtà annienta l’io? Il rischio è quello di discriminare tutto il
   resto. D’altra parte il cosmopolitismo rischia di essere più teorico che pratico, cioè la concezione molto
   vaga di essere tutti fratelli e amici per poi lasciare la persona sostanzialmente sola
-    L’autarchia
» in seguito alla nascita dell’individualismo, c’è la sua estremizzazione, che è l’autarchia
» in questo contesto nasce nelle teorie filosofiche ellenistiche il nuovo concetto di autarchia, cioè
   autosufficienza, il “bastarsi da sé” (da ἀρκέω = bastare), presente nell’epicureismo (perché per soddis-
   fare i bisogni naturali e necessari l’uomo non ha bisogno di altro) e soprattutto nello stoicismo
   (conseguenza dell’apatia e dell’atarassia, perché i legami comportano preoccupazioni e passioni)
» è il punto massimo dell’affermazione dell’individuo, ma è un’utopia impossibile
» permette di vivere ovunque senza sentirsi legato a nulla
» atarassia epicurea e apatia stoica: non avere nessun tipo di turbamento, di passione, di inquietudine,
   neanche sentimenti positivi, è, per dirlo con un termine negativo, la totale indifferenza
» felicità » fondata sul non avere bisogno di niente, sul bastare a se stessi, sull’assenza di eccessi
               » è espressa attraverso una “ricetta” di vita da seguire per essere felici
-    La Tuche = la casualità
» è il semplice accadimento, il meccanico avvenire delle cose, non c’è nessuna divinità dietro la Tuche
» è l’assenza di un disegno divino che guidi la storia, che la sorregga e la indirizzi, è l’opposto del
   concetto di finalità, è il meccanicismo fenomenico » ciò che succede, succede e basta
» contraddizione » ad un certo punto viene essa stessa divinizzata: abbiamo ritrovato statue della dea
   Tuche e spesso viene divinizzata anche nelle opere letterarie
» c’è comunque il bisogno di pensare che la fortuna si muova con un criterio, di credere che ci sia un dio
» l’Edipo di Sofocle si dice “figlio della Tuche”, ma questo concetto di causalità viene criticato, perché si
   scopre che tutto in realtà era già stato previsto dagli dei tramite l’oracolo di Apollo, tutto è voluto
» in Euripide inizia a farsi strada l’idea di Tuche
» però non tutti condividono il concetto di Tuche, come gli stoici, che hanno un’idea molto vaga della
   divinità, i quali affermano l’esistenza di una provvidenza (πρόνοια), secondo cui ciò che avviene, è per
   un disegno positivo » questa corrente però non è quella della mentalità dominante
-    Perché Roma si oppone alla diffusione della cultura ellenistica a Roma
» Roma non è un regno, ma una repubblica, per cui c’è bisogno che l’uomo romano si senta parte della
   vita politica » un suddito è impossibilitato in questo (proprio da questo ha potuto generarsi l’ellenismo)
» questa cultura ellenistica è vista come pericolosa dalle istituzioni romane perché impedisce
   l’identificazione con il civis romanus » si teme la disgregazione dell’unità politica
» finisce l’idea tradizionale di μοῖρα, che è la parte di universo che tocca a ciascuno, ripartita da un dio
   secondo giustizia (non secondo un bene) » μοῖρα, τύχη, πρόνοια sono tre concetti ben distinti
» pericolo per i romani = corruzione della mentalità » vengono a contatto con una pluralità di idee
   diverse e contrastanti tra loro, ma principalmente con l’ambiente ellenistico
-    Greci e βάρβαροι
» i Greci si trovano a condividere l’appartenenza alla medesima comunità politica con popolazioni che
   consideravano altre da sé, i βάρβαροι, i “non Greci” » nascono città cosmopolite come Alessandria
» Alessandria: massima capitale dell’impero, il centro culturale più attivo
» integrazione tra i popoli non avviene sempre con i medesimi esiti
» fenomeno di adeguamento e integrazione reciproca tra elemento greco e non greco
» diffusione della letteratura e della lingua greca
-    La lingua ufficiale: la κοινή διάλεκτος (“lingua comune”)
» Alessandro si pone il problema di quale possa essere la lingua veicolare per tutto il suo impero » il greco
» la lingua ufficiale dell’impero di Alessandro fu una forma particolare di greco, non corrispondente a
   nessuno dei dialetti locali di età arcaica e classica (anche se formata su una base essenzialmente attica)
» perché il dialetto attico? In virtù della preminenza politica e culturale di Atene nel corso del V-IV sec,
   infatti l’attico aveva assunto da tempo il ruolo di lingua ufficiale nei paesi della lega delio-attica
» la κοινή διάλεκτος è una specie di attico semplificato (es: si perde l’uso del duale)
» in realtà ci sono più κοιναί διάλεκτοι: c’è una lingua comune per la letteratura, per il linguaggio parlato e
   per la burocrazia e la politica » poi sopravvisse a lungo l’uso dei dialetti locali
» es: Pilato fa scrivere l’incisione sulla croce di Gesù Cristo in aramaico, latino e greco » pur essendo
   provincia romana usa il greco perché è la lingua comune, per cui tutti avrebbero potuto capire
-    I centri di cultura
» Atene » non cessa di essere un importante centro culturale, soprattutto diventa la base per la filosofia
                ellenistica (Accademia platonica, Peripato continuano ad essere attivi + nuove scuole filosofiche
                come quella stoica e il Giardino epicureo ) » è una tendenza andare a formarsi ad Atene, è trendy
             » resta più come luogo storico che come sede di un reale potere politico

» Alessandria » vera capitale della cultura ellenistica (IV-III-II sec) fondata da Alessandro, fiorisce sotto i
                          Tolomei (anch’essi si ripropongono come faraoni)
                       » diventa simbolo del cosmopolitismo: crocevia di popoli diversi
                       » biblioteca diventa spazio di raccolta e di conservazione dei testi antichi ma anche luogo di
                          incontro, polo di attrazione degli intellettuali e uomini di cultura
» altri luoghi di attrazione = Pergamo, Antiochia, Rodi, Cirene, Cartagine, Roma (esordisce dal III sec)
-    Caratteristiche della commedia nuova
1.      semplificazione metrica » si utilizza solamente il trimetro giambico
                                                » in contrapposizione, Aristofane aveva una metrica ricchissima
2.      semplificazione scenografica (spesso è Atene)
» l’ambientazione rimane comunque sempre solo relegata agli esterni (vale per tragedia e commedia)
3.      il linguaggio abbandona ogni licenziosità » già nella mèse
» abbandono dei tratti scurrili della commedia Antica (es: Aristofane)
4.      temi connessi con la rappresentazione della vita umana negli aspetti sociali e individuali
» totale eliminazione di temi di attualità » una delle differenze principali rispetto alla commedia antica » non si giudica più l’attualità sui temi più scottanti della vita della polis » non esiste più la polis!
» non c’è un’eliminazione del giudizio, dell’intento pedagogico, ma esso viene generalizzato,
   diventando un giudizio morale, sulla vita, valido per tutti gli uomini » ecco perché i latini prendono
   spunto da questo teatro, perché è esportabile anche a Roma (es: Persiani di Eschilo non è
   esportabile né riadattabile, perché rimane legata a quel fatto, se invece parlo dell’amore è per tutti)
» tratta di soggetti universali, riflessioni etiche generali, prospettive di convivenza positiva fra i popoli,
   imprevedibilità del destino, solidarietà umana, amicizia, amore, vizi e virtù
» rarissimi riferimenti a fatti storici o ad attacchi a personaggi in vista
» rinuncia ai temi mitologici (quando assunti, solo con intenti parodici)
5.      personaggi: le classi sociali rappresentate sono generalmente quelle medio-basse
» per questo la commedia nuova viene definita “commedia borghese
» i personaggi sono gente comune
» alcuni diventano personaggi fissi, stereotipati, dei “tipi umani”, addirittura delle maschere
             (es: l’innamorato giovane, il servo astuto, il soldato, la prostituta…)
6.      radicale cambiamento della componente corale
» il coro, che già nella mèse aveva assunto un ruolo assolutamente marginale, rimane lo stesso anche
   nella nèa » nei copioni si legge semplicemente «χοροῦ» “del coro”, una parte non scritta
» il coro si riduce ad un intermezzo musicale improvvisato di danze, un intervallo spettacolare di
   intrattenimento che interrompe la vicenda per far riposare lo spettatore
» non centra con la rappresentazione, è una parte aggiuntiva, non ha un valore per lo svolgimento
» si capisce quindi perché le commedie latine che nascono da queste dell’ellenismo, non hanno il coro,
   e spesso non hanno neanche questa interruzione (es: Plauto)
» l’intermezzo è utile anche per avere più libertà nei confronti dell’unità di tempo e di luogo: infatti il
   pubblico può pensare che durante la pausa la vicenda si andata avanti, mentre senza pause tutto
   quello che viene rappresentato è tutto quello che succede
7.      differenza nello scopo: diverso anche il pubblico romano rispetto a quello greco
» molto più villano: si distrae, parla, commenta, fischia ciò che non gli piace, se ne va se si annoia
» va a teatro per intrattenimento, non per essere educato rispetto a qualcosa inerente alla vita pubblica
» il teatro è svago, distrazione dalla vita quotidiana (per questo non vengono trattati temi di attualità)
» le rappresentazioni non avvengono nel contesto di feste religiose, non hanno un valore politico
» avendo come scopo l’intrattenimento, il pubblico richiede e si aspetta di più dal regista: pretende di
   non essere annoiato, di venire stupito » si deve interessare il pubblico in ogni momento

» valore educativo del teatro cessa con la polis » il compito del poeta non è più di educare