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mercoledì 10 settembre 2014

IL BAROCCO - tema

BAROCCO

Il ‘600 è il secolo di ciò che propriamente viene chiamato Barocco.
In questo periodo la letteratura italiana risente della mancanza di un “genio”, ritrovandosi assai povera, vuoto che però ha permesso il fiorire di altri due campi: la musica e la scienza moderna. È su quest’ultima che soprattutto ci soffermiamo perché è proprio essa a dare una svolta decisiva alla storia, perché conferisce a tutti gli aspetti della vita dell’uomo i suoi tratti caratteristici che la costituiscono: l’osservazione della realtà così com’è, l’attaccamento all’esperienza e ai sensi, la ricerca della verità e di una certezza oggettiva. Infatti, questi sono gli anni del grande filosofo francese René Descartes (Cartesio), che ha dedicato tutta il suo impegno alla ricerca di una certezza assolutamente valida che potesse essere base salda su cui costruire la vita umana. Ma non è solo Cartesio a riflettere su qual è la vera realtà, su che cosa può fare affidamento l’uomo, su che cosa non inganna l’uomo; Calderòn de la Barca lo mette a tema nella sua opera teatrale La vita è sogno. Sigismondo è il figlio del re di ?? Basilio, anche se facciamo fatica a dargli l’appellativo di “padre”. Infatti ha concepito il figlio pur consapevole della predizione di un oracolo: il figlio, in età adulta, lo avrebbe spodestato dal trono. Come succede anche in molti episodi delle tragedie greche, in particolare ad Edipo, l’uomo cerca di sfuggire al suo destino funesto attraverso intrighi e scappatoie, per poi scoprire alla fine che tutti i suoi sforzi hanno permesso proprio ciò che lui voleva evitare.

Chi pensa di prevenire
il danno prima che avvenga
non lo schiva né si salva;

I genitori regali avevano avuto sinistri presagi dal cielo, che il re astrologo aveva potuto leggere accuratamente; esso rappresenta lo scienziato per la società del tempo, colui che studia le regole che governano le cose. Alla nascita del figlio, lo rinchiude in una torre isolata, dispersa tra le rocce e i dirupi, “dove la luce entra appena” e come unico compagno gli affida il servo fedele Clotaldo. Il giovane cresce senza vedere null’altro del mondo che la sua prigione, senza sapere chi è veramente, senza risposte ma con mille domande. Basilio però è curioso: vuole vedere se Sigismondo sarebbe stato virtuoso comunque, vuole mettere alla prova il figlio, convinto che la libertà dell’uomo si può opporre alla sua naturale inclinazione al male, ma vuole restare comunque in sicurezza. Come dice il detto: fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio. Allora quando è addormentato lo fa trasportare al castello, e il giovane si risveglia in un altro mondo: oro, merletti, sale spaziose, velluto rosso, pietanze inimmaginabili, e lui è padrone di tutto questo e anche di più; lui è il principe che erediterà un mondo inimmaginabile, più grande di qual che si pensava. Questa scoperta è la stessa che la scienza ha permesso di fare all’uomo del Barocco. Sogno o son desto? È questa la domanda che accompagnerà il protagonista da qui in avanti, domanda a cui però Calderòn non darà risposta. Questo mondo nuovo, e soprattutto l’inaspettato potere su di esso che Sigismondo si ritrova addosso, lo convincono che è padrone di tutto, e che può fare quel che vuole con la libertà acquistata; libertà che però sfrutta male, che sfocia in violenza ingiustificata, in tirannia. Scopre l’inganno del padre, e lo odia, e vuole giustizia. Basilio si difende insinuando in lui il dubbio che tutto sia un sogno:

BASILIO: […]
Serbati umile e mite
perché forse stai sognando
anche se sveglio ti credi.

SIGISMONDO:
Può darsi che stia sognando,
anche se mi sento sveglio?
Non sogno, ma tocco e credo
quel che ero e quel che sono.

Tutto è mio, e sono libero di fare ciò che voglio, quindi divertiamoci e spadroneggiamo finché il sogno dura. Così si rivolge ad una fanciulla, Rosaura, arrivata a corte da poco come supplice, che gli chiede licenza per poter ritirarsi nella sua camera, che lui nega:

ROSAURA:
Ma se me la neghi, dovrò prendermela.

SIGISMONDO:
E da cortese mi farò sgarbato,
perché ogni impedimento
versa veleno sulla mia pazienza.

ROSAURA:
Anche se questo veleno,
pieno di furia, d’ira e di rancore
la tua pazienza vincesse,
nulla potrà contro l’onore mio.

SIGISMONDO:
fosse solo per provarlo,
della tua grazia perderò il rispetto,
perché l’animo mi spinge
verso l’impossibile. Dal balcone
oggi ho buttato un uomo che diceva
che quell’atto era vietato;
dunque, solo per vedere se posso,
dalla finestra getterò il tuo onore.

E a Clotaldo, che interviene:

CLOTALDO:
Son giunto al richiamo di queste voci,
per pregarti di essere
più mite, se a regnare tu aspiri,
e, stando sopra tutti, di cessare
ogni asprezza,perché forse è un sogno.

SIGISMONDO:
Tu provochi la mia rabbia
Quando baleni il dubbio dell’errore.
Se è realtà o sogno
Lo saprò uccidendoti.

Ma in questa vertiginosa libertà, non c’è traccia di felicità vera. L’uomo è allo sbaraglio, sbattuto tra il fato degli antichi e libero arbitrio, che essi non conoscevano. Ecco che, tra la tempesta del mondo, si leva il grido di disperazione di Rosaura, che riecheggia quello dei tragediografi greci:

Dio m’aiuti!
[…]
Ci sarà persona al mondo
A cui il cielo spietato
Tormenti con più sciagure
E investa con più dolori?
Che fare di tanto scompiglio
Da cui non posso trarre
Un consiglio che m’aiuti
O un aiuto che mi salvi?
[…]
Giunga ala limite la pena,
ed esca io finalmente
da dubbi e da rovelli.
Ma fino a quel punto, cieli,
datemi, datemi aiuto!

Ecco la preghiera che riaffiora da un cuore sofferente, che non capisce il senso di questo dolore con cui l’uomo deve sempre fare i conti. Rosaura, nella sua disperazione, arriva addirittura a desiderare di essere nata pagana, perché avrebbe potuto dare la colpa agli dei e alla sorte del male del mondo. Con l’avvento del cristianesimo infatti la sofferenza diventa ancora più nera, perché non è salvata neanche la grandezza degli uomini, che diventano peccatori.

Mi spiace non esser nata
Pagana, per illudermi,
pazza, fosse un dio di quelli
che, mutati in pioggia d’oro,
in cigno e in toro, piansero
Danae, Leda ed Europa.

L’uomo non capisce più dove rigirarsi, confuso su cosa sia realtà o su cosa sia sogno, si ritrova in mano illusioni infrante:

SIGISMONDO:
Ancora una volta, cielo!,
vuoi che sogni grandezze,
che poi demolisce il tempo?

Ma, forse più debolmente che in Tasso, anche nella sofferenza c’è un ultimo rimando a Dio, come una luce fioca di speranza.

SIGISMONDO (tra sé)
(Cieli, s’è vero che sogno,
fermate la mia memoria:
è assurdo che tante cose
stiano dentro a un solo sogno.
Dio m’aiuti!

Lo stesso titolo dell’opera, La vita è sogno, non è un messaggio nichilista, non è un invito ad abbandonarsi al nulla perché in realtà nulla esiste; fa riflettere invece sul fatto che la vita terrena è un sogno, un’illusione passeggera e finita della vita vera, che viene dopo la morte, infinita. È un invito ad usare la propria libertà per un bene, perché, se la vita è un sogno, non facciamo cose di cui potremmo pentirci al risveglio. Ecco la conclusione a cui arriva anche Sigismondo:

Così lieve è la distanza
Tra loro (tra sogno e realtà) da non sapere
Se ciò che si vede e gode
È cosa finta o reale?
Tanto rassomigliante appare
La copia dall’originale
Che sempre permane il dubbio?
Ma se è così dobbiamo
 veder svanire nell’ombra
la grandezza ed il potere,
la maestà e lo splendore,
cerchiamo dia attingere
all’attimo che ci sfiora,
perché il vero godimento
è solo quello dei sogni.

Ed ecco la conclusione dell’opera:

Ho appreso proprio questo:
la felicità umana
scorre e passa come un sogno.
E oggi voglio cogliere
Quell’istante per chiedervi
Perdono dei nostri errori,
visto che a nobili cuori
ben s’addice il perdono.

Allora gli uomini, coscienti di vivere in un mondo effimero come un sogno, devono imparare ad usare bene la propria libertà, e non serbare rancore davanti a qualcosa di pur ingiusto, davanti all’errore degli altri uomini e al proprio peccato, ma perdoniamo, usiamo di misericordia tra di noi come fa Dio. Solo grazie al cristianesimo Sigismondo poteva amare ancora suo padre, e non usare la giustizia umana, tanto esaltata dai Greci perché migliore di quella degli dei malvagi.
C’è un altro aspetto che la letteratura ha assunto dalla struttura scientifica: lo stupore conseguente all’osservazione. Lo scopo della letteratura diventa infatti destare meraviglia, e tutto l’impegno dell’autore è rivolto verso l’incremento di sempre nuovi metodi per stupire il suo pubblico, di un’arguzia sempre maggiore. La ricerca ed il gusto per l’inaspettato e l’ammirazione fanno prediligere lo strumento retorico della metafora, la figura che eccelle per la sua infinita potenzialità: si voleva colpire il lettore trovando accostamenti inaspettati, paragoni geniali. Così scrive Tesauro parlando appunto di questa figura retorica:

Ed eccoci alla fin pervenuti grado per grado al più alto delle figure ingegnse, a paragon delle quali tutte le altre figure fin qui recitate perdon il pregio, essendo la metafora il più ingegnoso e acuto, il più pellegrino e mirabile, il più gioviale e giovevole, il più facondo e fecondo parto dell’umano intelletto. Ingegnosissimo veramente, però che (poiché), se l’ingegno consiste (come dicemmo) nel ligare insieme le remote e separate nozioni degli propositi obietti, questo apunto è l’officio della metafora, e non alcun altra figura:[…]

L’importanza data all’osservazione fa inoltre aprire gli orizzonti ai letterati, che iniziano a dare peso a quegli aspetti della realtà precedentemente ignorati o addirittura eliminati, come ciò che era considerato “brutto”. L’uomo si stacca quindi dall’ossessione per ciò che solo è bello, perché intravede anche nello scarto qualcosa di interessante, che vale la pena considerare. Gli uomini del ‘600 capiscono che la realtà non è solo quella che da sempre è stata celebrata fin dai Greci, che esaltavano solo la bellezza, ma si ricerca e valorizza anche ciò che era considerato brutto. Da qui si comprende l’origine della lettera di Francesco Redi, fondatore dell’accademia dei Lincei, che ragiona intorno alla generazione degli insetti; testo che esplicita il nuovo ruolo dell’esperienza sensoriale come oggettiva base per la conoscenza:

E non ha dubbio che nel’intendimento delle cose naturali dati sono dal supremo Architetto (immagine con cui viene identificato un dio che non è più quello cristiano) i sensi alla ragione come tante finestre o porte per le quali ella si affacci a mirarle, o elleno entrino a farsi conoscere. Anzi, per lo meglio dire, sono i sensi tante vedette o spiatori che mirano a scoprire la natura delle cose e ‘l tutto riportano dentro alla ragione la quale, da essi ragguagliata, forma di ciascuna cosa il giudizio.

Oltre a rimanere ammirati da come gli scienziati sviluppavano le loro argomentazioni attraverso lo strumento della letteratura (dato che le abbiamo appena analizzate, notate le metafore presenti nel brano), si noti che l’oggetto di conoscenza dell’uomo si è ridotto drasticamente alla sola realtà sensibile. Ed è attraverso gli stessi sensi che l’uomo spiega a se stesso l’origine dell’errore; se infatti essi non sono efficienti, la ragione umana è condotta a dare giudizi sbagliati e non coincidenti con la realtà. La ragione stessa, inoltre, viene ridotta a puro strumento di riconoscimento delle percezioni sensoriali e “magazzino” delle immagini che ci arrivano dall’esterno. L’uomo può quindi essere ingannato, non dalla realtà, ma da se stesso, poiché possiede capacità limitate; la sua stessa ragione è limitata. Così continua Redi:

Ha corte l’ali la ragione andando dietro a’ sensi, perché più oltre di quello ch’eglino apprendono ella in cotale inchiesta non può comprendere.

Infatti la ragione dell’uomo, se si guarda la storia, è stata ingannata in diversi modi; ora, grazie alla scienza, si è scoperto che la realtà è da una parte diversa da quella che si pensava (infatti in passato la ragione ha vagato senza la guida dei sensi per mondi inventati da essa stessa), dall’altra più vasta di quello che si pensava, di come la mente ottusa del passato la concepiva. Ecco perché dalla predilezione per la simbologia del cerchio, i cui punti sono tutti equidistanti da un unico centro come lo era Dio per il Medioevo, si passa a preferire la figura dell’ellisse, che ha due fuochi, quindi più centri.
Benedetto Castelli, nel Discorso sulla vista, fa emergere chiaramente questo tema che ricorre nella storia della letteratura da secoli: la realtà non è ciò che appare.

L’oggetto, del quale si debbe far giudizio intorno alla sua grandezza viene da noi stimato alle volte maggiore, e alle volte minore, secondo che lo paragoniamo con diverse grandezze.

Lui dice questo in relazione ad un fatto accadutogli poco prima. Mentre era in carrozza con un Monsignore che si stupì della bellezza della Luna, lui gli chiese di darne una misura approssimativa della grandezza. Il chierico però si è accorto con meraviglia di quanto essa variasse alla percezione umana se paragonata a cose differenti: essa sembrava più grande rispetto al colle Aventino da cui era spuntata, e assai più piccola rispetto al cappello del compagno di carrozza. Eppure la Luna aveva sempre la stessa immagine, e non variava di forma! Ecco un simpatico aneddoto che mostra come «il nostro giudizio viene avviluppato e deluso»; eccoci dunque davanti allo stesso insegnamento de La vita è sogno.
Ci si deve soffermare su un altro aspetto di questa epoca affascinante per la sua diversità ed apertura alla novità: l’utilizzo della lingua. Il gusto per la meraviglia, che confluisce nello sforzo di ingegnarsi per stupire il lettore, in caso di letteratura, genera una fioritura della capacità linguistica, una ricerca minuziosa di formule affascinanti e geniali, un possesso delle parole e dell’inventiva artistica inimmaginabili. Tra un fronzolo e l’altro, tra i ricami delle frasi possiamo scorgere l’autore dire: “con le parole io posso farci di tutto!”. Cito una battuta tratta dall’opera teatrale di Rostand, che pur essendo un autore del fine ‘800, descrive, nel personaggio di Cirano di Bergerac, un uomo del ‘600, non perfetto esteticamente (ricordo la ricerca del bello nel brutto, ha infatti un naso enorme) ma ricco nell’animo. Questa ricchezza si esprime attraverso la parola, di cui Cirano è completo dominatore.:

IL VISCONTE: (si avanza verso Cirano che lo osserva, e piantandosi innanzi a lui fatuamente)
Voi…voi… avete un naso eh… molto grande!

CIRANO: infatti!

IL VISCONTE: Ah!

CIRANO: (imperturbabile) Questo è brutto?

IL VISCONTE: Ma…

CIRANO:                      E’ assai ben poca cosa!
Se ne potevan dire… ma ce n’erano a josa,
variando di tono. – Si potea, putacaso,
dirmi, in tono aggressivo: «Se avessi un cotal naso,
immediatamente me lo farei tagliare!»
Amichevole: «Quando bevete, dèe pescare
nel bicchiere: fornitevi di un qualche vaso adatto!»
Descrittivo: «E’ una rocca!... E’ un picco!... Un capo affatto…
Ma che! L’è una penisola, in una parola d’onore!»
Curioso: «A a che serve quest’affare signore?
Forse da scrivania o da portagioielli?»
Vezzoso: «Amate dunque a tal punto gli uccelli
che vi preoccupate con amore paterno
di offrire alle lor piccole zampe un sì degno perno?»
Truculento: «Ehi, messere, quando nello starnuto
il vapor del tabacco v’esce da un tale imbuto,
non gridavano i vicini al fuoco nella cappa?»
Cortese: «State attento, che di codesta chiappa
il peso non vi mandi per terra, a capo chino!»
Tenero: «Provvedetelo di un piccolo ombrellino,
perché il suo bel colore non se ne vada al sole!»
Pedante: «L’animale che Aristofane vuole
si chiami ippocampelofantocamaleonte
tante ossa e tanta carne ebbe sotto la fronte!»
Arrogante: «Ohi, compare, è in moda quel puntello?
Si può infatti benissimo sospendervi il cappello!»
Enfatico: «Alcun vento, o naso magistrale,
non può tutto infreddarti, eccetto il Maestrale!»
Drammatico: «E’ il Mar Rosso, quando ha l’emorragia!»
Ammirativo: «Oh, insegna di gran profumeria!»
Lirico: «E’ una conca? Siete un genio del mare?»
Semplice: «Il monumento si potrà visitare?»
Rispettoso: «Soffrite vi si ossequii, messere:
questo sì che vuol dire al sole qualcosa avere!»
Rustico: «Ohé, corbezzole! Dàgli dàgli al nasino!
È un cavolo gigante o un popon piccolino?»
Militare: «Puntate contro cavalleria!»
Pratico: «Lo vorreste mettere in lotteria?
Sarebbe il primo lotto!» O infin parodiando
Piramo, tra i singhiozzi: «Eccolo l’esecrando
Naso che la bellezza del suo gentil signore
Distrusse! Or ne arrossisce, guardate, il traditore!»
Ecco, ecco, a un di presso, ciò detto che mi avreste
Se qualche po’ di spirito e di lettere aveste.
Ma di spirito, voi, miserrimo furfante,
mai non ne aveste un’oncia, e di lettere tante
quante occorrono a far la parola: cretino!
Aveste avuto, d’altronde, l’ingegno cos fino
Da potermi al cospetto dell’inclita brigata
Servirmi tutti i punti di questa cicalata,
non ne avreste nemmeno la metà proferito
del quarto d’una sillaba, ché, come avete udito,
ho vena da servirmeli senz’alcuna riserva,
ma non permetto affatto che un altro me li serva.

Immaginate un po’ la faccia del Visconte! È esattamente questa faccia che vogliono ottenere gli autori.
La sfrenata ricerca linguistica di questo periodo genera inoltre una nuova esperienza, quella dell’Accademia: un gruppo di persone in stretta relazione che condivide un interesse e lo approfondisce. Così nasce l’Accademia della Crusca a Venezia, con il progetto di dare una sistemazione omogenea e definita della lingua italiana. Da qui nasce un grande studio e una regolarizzazione della lingua che si concretizza nel proporre un vocabolario, cioè un elenco alfabeticamente ordinato di parole che emergono dalla letteratura italiana.
Un altro stupore venne dall’invenzione di Daniello Bartoli di una prosa narrativa né trattistica ma letteraria e con fini artistici-morali: una novità che successivamente ispirò altri autori, come Manzoni (che ricrea la descrizione che fa da attacco al romanzo a partire da una descrizione geografica che Bartoli fa del Gange nel suo libro Istoria della compagnia di Gesù). La Ricreazione del savio ne è un fantastico esempio.

martedì 9 settembre 2014

RINASCIMENTO - tema

RINASCIMENTO

Il Rinascimento è come un treno che viaggia sui binari dell’umanesimo. Molte sono le immagini che accomunano questi due periodi storici così simili, così vicini; in giro si sente dire, giustamente, che «l’umanesimo è l’alba del Rinascimento», o, se vogliamo continuare la metafora di prima, è l’ingrandirsi sempre maggiore di quella che prima era solo una piccola crepatura del muro.
In Italia intanto c’è un passaggio politico importante dal Comune alla Signoria: c’è una progressiva affermazione di un casato, che sviluppa una propria corte mettendosi in competizione con gli altri centri italiani, che hanno ospitato e permesso la fioritura dell’umanesimo. Esistendo ora solo signorie, l’intellettuale per sopravvivere ha bisogno di essere accolto in una corte che gli procuri vitto e alloggio in cambio della produzione di opere sotto committenza; l’altra possibilità possibile era di farsi curato per ricevere il denaro dagli esponenti ecclesiastici, pur senza vocazione (scelta presa dallo stesso Petrarca). In questa situazione, emergono naturalmente delle domande e dei dubbi che sono gli stessi su cui i rinascimentali si sono interrogati: la poesia è dettata dalla committenza? Che libertà ha il letterato e che libertà ha la sua opera? Quanta verità ci sarà dunque nelle sue parole? Che rapporto deve avere l’intellettuale con il suo principe? Posto che l’arte ha necessità di una committenza perché l’artista possa mantenersi e quindi operare, come la committenza stessa può coincidere con la libertà dell’autore di esprimersi? È quindi l’arte un puro diletto, un accessorio della vita per compiacere i signori? Ha un’incidenza, un ruolo nella realtà?
Baldassarre Castiglione è un uomo di corte, un’intellettuale ospitato nel palazzo di Urbino, ed è colui che più si è interrogato su questi temi, raccogliendo le sue tesi nel suo Libro del Cortegiano, un volume che descrive i valori, le strategie, i comportamenti e le regole ai quali il perfetto uomo di corte deve conformarsi (la musica, la parola, il vestiario, la conversazione,la scelta degli amici). Due sono i valori principali che ripropone: la grazia e la sprezzatura, con la quale definisce quella naturalezza della persona nel fare senza che sia visibile la fatica del fare, quella naturalezza esteriore che non è simulazione, ma specchio di una sicurezza interiore nei confronti di un patrimonio artistico acquistato, e quindi facente parte di sé. questa modalità di essere che è visibile in un apparire si acquista solamente in uno studio assiduo, affinché la corte sia un serbatoio di cultura, di umanità.

E, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi. Da questo credo io derivi assai la grazia; […] Perciò si po dir quella esser vera arte che non pare esser arte; né più in altro si ha da poner studio, che nel nasconderla: perché se è scoperta, leva tutto il credito e fa l’omo poco estimato.

E come può l’intellettuale interagire con il principe? Quali sono i suoi doveri ed il suo ruolo? Ecco che risponde, distanziandosi vertiginosamente dall’opinione di Machiavelli, e invece avvicinandosi all’uomo virtuoso della cultura classica nel proporre un ruolo formativo del cortegiano:

Il fin dunque del perfetto cortegiano, estimo io che sia il guadagnarsi per mezzo delle condicioni attribuitegli da questi signori talmente la benivolenzia e l’animo di quel principe a cui serve, che possa dirgli e sempre gli dica la verità d’ogni cosa che ad esso convenga sapere, senza timor o periculo di dispiacergli;[…] Perciò io estimo che come la musica, le feste, i giochi e l’altre condicioni pacevoli son quasi il fiore, così lo indurre o aiutare il suo principe al bene e spaventarlo dal male, sia il vero frutto della cortegiania.

Niente è più importante di questi valori. Il cortigiano dedica la sua vita a questo e intanto si diletta in una vita fiorente di sale da ballo, banchetti, giochi cavallereschi, buone maniere, vestiti alla moda: l’esteriore, il fronzolo superfluo ma grazioso è l’importante. La letteratura non verte più sulle domande della vita ma tratta di questa superficialità sterile. Come non mettere sulla stessa onda il Galateo di Benedetto ???? Non vengono scritte cose sbagliate, ingiuste, scioccanti come può essere per Machiavelli, ma il tema della letteratura diventa il nulla, una riflessione sull’apparente, una valorizzazione della frivolezza, un disperdi mento dell’uomo su ciò che veramente è essenziale. L’arte diletta ma non provoca più, diventa arida e sterile, perché tratta di ciò che non centra con la vita.
A testimonianza di ciò c’è anche un’altra grande questione che ha occupato le menti degli intellettuali, quella della lingua. Una volta constatato che il completo ritorno al latino era un’utopia irrealizzabile, i letterati si domandano se il volgare possa diventare la lingua di comunicazione condivisa in tutta Italia ed espressiva di una nazionalità. Se sì, allora in quali modalità? Con quali caratteristiche affermare il volgare? Quali sono i modelli da prendere in considerazione per una nuova produzione linguistica? Cosa di può definire classico? Tra le più svariate proposte, emerge come la più semplice, e quindi vincente, quella di Pietro Bembo nel suo Prose della volgar lingua; in esso giudica che il volgare da adottare come lingua della comunicazione letteraria ed orale è quella che la tradizione mostra come il più ricco e florido, cioè il fiorentino colto del ‘300. Prende così in riferimento un modello circoscritto nel tempo, basandosi su tre modelli, le cosiddette “corone fiorentine”: Dante, Petrarca, Boccaccio.
In questo periodo pieno di domande e questioni nasce Ludovico Ariosto, un ragazzo che si forma all’Università di Ferrara e successivamente entra, come cortegiano, nella corte di Ippolito d’Este, a Ferrara, entrando così anch’esso nelle problematiche che tormentavano il suo tempo. Combattendo tra la propria indipendenza in quanto artista e la pragmatica necessità di essere mantenuto, Ludovico sviluppa il suo capolavoro lungo tutta la sua vita, l’Orlando furioso, il libro che «mai inizia e mai finisce», perché grazie alla sua struttura in ottave e alle infinite vicende che si intrecciano, potrebbe essere ampliabile all’infinito. Dato che già solo il titolo ha bisogno di spiegazioni, partiremo facendo un passo indietro nella storia, proprio perché il nostro autore con quest’opera ha voluto porsi in continuazione con un altro letterato, Matteo Maria Boiardo, che scrisse l’Orlando innamorato: il primo poema della storia che mischia guerra e amore, l’impresa bellica ideale e gli elementi tipici del ciclo bretone, quali la magia e l’innamoramento del cavaliere protagonista. Rispetto al primo poema cavalleresco scritto in volgare, quale è l’Orlando innamorato, Ariosto crea qualcosa di più profondo e interessante rispetto alla semplice letteratura con fine di intrattenimento. Troviamo sì, come esprime il proemio, il tema della guerra con motivo ideale, la storia d’amore per l’irresistibile Angelica, il ruolo encomiastico con la rispettiva dedica all’Estense e con la storia di Ruggero e Bradamante; ma troviamo anche l’intricarsi delle diverse vicende dei personaggi, assistiamo ad eventi imprevisti e impensabili che travolgono gli uomini indifesi e disorientati, come persi nel labirinto della realtà inspiegabile, della fatalità avversa e insensata. Orlando, Angelica, Rinaldo, Sacripante??? non sono altro che burattini alla mercé del grande Demiurgo, l’autore stesso, che, con un’impressionante lucidità e distacco, rimescola le vicende dei personaggi intrecciandole, capovolgendole, rimodellandole e ridendo con ironia sopra le sventure dei suoi giocattoli, godendo della loro ingenuità. Questi personaggi travolti dai fatti rimangono disorientati davanti all’assenza di una logicità, di una qualche guida nel mondo della casualità, che sembra avere come unico assioma «le cose non sono quello che sembrano». Ecco i pensieri di Sacripante, un cavaliere che, al veder Angelica addormentata tra i cespugli, pensa di approfittare di lei, senza sapere che in realtà lei è sveglia ad ascoltarlo:

la verginella è simile alla rosa,
ch’in bel giardin su la nativa spina
mentre sola e sicura riposa,
né gregge né pastor se le avvicina; […]
Ma non sì tosto dal materno stelo
Rimossa viene e dal suo ceppo verde,
che quanto avea dagli uomini e dal cielo
favor, grazia e belezza, tutto perde.
La vergine che ‘l fior, di che più zelo
Che de’ begli occhi e de la vita aver de’,
lascia altrui corre, il pregio ch’avea inanti
perde nel cor di tutti gli altri amanti. […]
Ah Fortuna crudel, Fortuna ingrata!
trionfan

Infatti quello che presenta Ariosto è un mondo al rovescio: donne a cavallo e cavalieri a piedi, e a sua volta animali che conducono gli uomini sulla via e uomini che si affidano alle bestie, chi si dovrebbe incontrare si fugge, guerrieri sporchi e rozzi invece che eroici e splendenti, cavalieri musulmani e cristiani che dovrebbero combattere e invece, stanchi e dimentichi del loro scopo, depongono le armi preferendo una tregua:

Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!
Eran rivali, eran di fé diversi,
e si sentian degli aspri colpi iniqui
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui (ripresa della selva oscura di Dante)
insieme van senza sospetto aversi.

Davanti a questo caso insensato, che vuole il male, che intesse intrighi, che fa soffrire gli uomini che vedono tutti i loro desideri infranti e non coincidenti con la realtà, l’uomo impazzisce. La furia di Orlando è verso il mondo, verso l’opprimente Fortuna, è la rabbia per la propria impotenza e disorientamento nel mondo. Diventa folle perché ha capito che d’altronde il mondo non è retto da una logicità, si ribella con tutto quello che ha, con tutto se stesso. Grida, si strappa le vesti, nega la realtà e non vuole accettare il fatto che Angelica, la donna che ama, per cui darebbe tutto, è felice con un altro. Vedendo le incisioni che la coppietta lascia sulle cortecce degli alberi, si illude penosamente che sia un’altra Angelica, e non la sua donna. Ecco la dimostrazione di come l’uomo diventa violento con se stesso e con tutto quello che lo circonda quando scopre che la sua idea non è reale, che i suoi desideri gli vengono negati, che il destino non esiste e che la vita in fondo non ha senso ed è un labirinto costruito per far divertire gli dei. Sembra proprio di essere ritornati all’antica Grecia, in cui almeno c’era lo sforzo dell’uomo a conservare la sua dignità e la sua grandezza interiore.
Ma non è vero che tutto il Rinascimento è “pagano”, che viene dimenticata l’esperienza cristiana. Torquato Tasso è infatti il primo autore veramente cristiano che incontriamo dai tempi di Dante. Crebbe e si formò nel periodo del Concilio di Trento e del recupero della Poetica di Aristotele, che porta i letterati ad affiancare alla produzione creativa la riflessione critica: gli autori quindi riflettono su ciò che scrivono e su come lo scrivono. La poesia viene valorizzata in quanto forma di conoscenza della realtà, attività razionale che ha a che fare con la verità e avente un metodo proprio. La rivalutazione di questo testo del filosofo greco fa nascere domande come: che rapporto c’è tra poesia e struttura dell’uomo? Lo stesso Tasso, nel proemio del suo capolavoro, la Gerusalemme liberata, riprende la metafora di Lucrezio per esprimere il valore della letteratura: come al bambino malato si dà la medicina amara in un bicchiere con i bordi cosparsi di zucchero, così la letteratura cura l’anima dell’uomo dilettandolo, facendogli provare piacere nella bellezza estetica; un inganno a fin di bene (questione a cui Tasso tiene moltissimo, quasi ossessivamente a causa della sua difficoltà personale a fidarsi di qualsiasi persona).

Così a l’egro fanciul progiamo aspersi
Di soavi licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannati ei beve,
e da l’inganno suo vita riceve.

Lo scopo della letteratura è quindi quello di avere non tanto un’utilità pratica, come invece per Machiavelli, ma un’utilità morale, perché la letteratura è utile se educa e rende migliore l’uomo e, di conseguenza, la realtà. Per questo Tasso scrive la Gerusalemme liberata con lo scopo di risvegliare il desiderio di grandezza nel cuore dell’uomo (“O musa […]tu spira al petto mio celesti ardori”) attraverso una determinata forma: arrivare al bene attraverso il bello. Non troviamo più il trattato di Machiavelli, il suo periodo architettonico rigido e scandito, lucido e freddo, che illustra una tesi con argomenti ed esempi, ma un poema eroico in ottave, con richiami classici, con personaggi sviluppati psicologicamente, con eroi pieni di desiderio e fede, con giovani che si perdono nelle lusinghe del male, con donne coraggiose piene di umanità, con fanciulle che seguono il proprio desiderio d’amore e sfidano i pericoli.
Quanta umanità in queste pagine, quanti esempi di come si muove l’uomo davanti alle circostanze, quanti insegnamenti, tanto che si potrebbe scrivere un libro solo per commentare le scene di più spessore; per questo non ne tratterò qui, invece mi soffermerò sulla novità principale di questo testo.
Ciò che più stupisce di questo poema è come viene trattato il male, la fatica strutturale dell’uomo, l’errore, il peccato, la debolezza dei personaggi; qui non si trova la disperazione dei Greci verso un destino ingiusto, la rassegnazione ad un Fato insensato, ma un’inspiegabile gioia che nasce nel dolore, una speranza nuova per cui la sofferenza stessa diventa via di redenzione, di espiazione. Il dolore, ciò che i Greci pensassero imbruttisse l’uomo, invece lo esalta perché diventa luogo di incontro della misericordia divina.
Tasso, nella sua vita travagliata e intrisa di dolore (per la morte dei genitori, per la solitudine provata davanti alla sua malattia), ha dedicato un’attenzione particolare a questo tema della sofferenza: leggiamo questo frammento tratto dalla parte finale della Canzone al Metauro.

Padre, o buon padre, che dal ciel rimiri,
egro e morto ti piansi, e ben tu il sai,
e gemendo scaldai
la tomba e il letto: or che ne gli alti giri
tu godi, a te si deve ancor, non lutto:
a me versato il mi dolor sia tutto.


Ecco un uomo che, nelle lacrime più amare, si sente comunque figlio di un Padre buono.
Che cosa spinge un uomo a dire “non rifiuto più il dolore, voglio capirne il senso”?
Questa riflessione è portata all’estremo quando, nel secondo canto della Gerusalemme liberata, Tasso mette in scena ciò che più aveva fatto interrogare l’anima greca, il «giusto sofferente», trasfigurandolo alla luce della buona novella cristiana. Sofronia ad offrirsi come martire, a scegliere di morire e di soffrire per risparmiare il suo popolo cristiano dalla furia del musulmano re Aladino? Sofronia, una donna bella e riservata, che per tutta la vita era rimasta in casa a filare, che non si era mai esposta per un profondo pudore, a sacrificarsi, decide volontariamente di sacrificarsi per salvare il popolo cristiano dall’ira del re musulmano Aladino, che esige vendetta per il furto dell’immagine sacra di Maria Vergine. Essa esce per la prima volta tra la folla, si fa avanti, si mostra come ladra, si incolpa ingiustamente di un peccato che non ha commesso, mentre la sua anima vergine è bianca come neve; e per giunta col sorriso sulle labbra! Che certezza l’ha spinta a questo gesto e cosa le permette la gioia nella fine della vita? Cosa la accompagna fino alla tomba, fino alla morte tanto da farle risplendere un sorriso vittorioso sulle labbra?

Presa è la bella donna, e ‘ncredulito
Il re la danna entr’un incendio a morte.
Già ‘l velo e ‘l casto manto a lei rapito,
stringon le molli braccia aspre ritorte.
Ella si tace, e in lei non sbigottito,
ma pur commosso alquanto è il petto forte;
e smarrisce il bel volto in un colore
che non è pallidezza, ma candore.

La morte di questo «giusto sofferente» non risveglia in noi nessuna angoscia, né un grido di rivolta che possiamo sentire crescere in noi davanti ad un’Antigone. Sembra invece che Sofronia vada incontro al compimento del suo destino; acquista, nella sofferenza, un’inspiegabile bellezza. Essa acquista “candore”, purificazione dal peccato. Tasso è il genio che ha semplicemente riproposto la novità del cristianesimo in vesti letterarie, che dipinto sotto un’altra veste la stessa passione di Cristo, il «giusto sofferente» per antonomasia. Anche Sofronia infatti, prima di morire, ci ricorda che la sua forza non proviene da se stessa:

Così dicea piangendo. Ella il ripiglia
Soavemente, e ‘n tai detti il consiglia:
- Amico, altri pensieri, altri lamenti,
Per più alta cagione il tempo chiede.
Chè, non pensi a tue colpe? E non rammenti
Qual Dio prometta a i buoni ampia mercede?
Soffri in suo nome, e fian dolci i tormenti,
e lieto aspira a la superba sede.
Mira ‘l ciel com’è bello, e mira il sole
Ch’a sé par che n’inviti e console.

Questa grandezza nell’uomo che accetta di soffrire conoscendone il significato, colpisce tutti gli uomini: nessuno può resistere ad un amore gratuito. Credenti o no credenti. Ecco perché Clorinda, una guerriera araba, sia commossa dalla grandezza di questo gesto di una nemica cristiana, tanto da impedirne il martirio. Ecco rivelato in che senso Tasso vuole risvegliare nel cuore umano, attraverso la letteratura, il desiderio di grandezza.
Ciò è inimmaginabile per i Greci, per cui non c’era nulla di peggio che la fine della vita, che vedevano il dolore come obiezione alla grandezza dello spirito umano, come qualcosa di inflitto dagli dei e che si deve subire con dignità, conservando la propria integrità per essere migliore delle stesse divinità. Per loro, l’unica dolcezza possibile e desiderabile era sulla terra, era nel piacere delle danze, del cibo, dei giochi; la morte invece non era che un eterno ricordo sfumato di ciò che è stato in vita ma che non può più essere.
Qui invece c’è un uomo che chiede di soffrire e che desidera capirne il senso; c’è un uomo che ha fede in un Dio che sa essere buono, e che quindi è sicuro che anche dal dolore possa nascere qualcosa di buono, tra le lacrime, tra le visioni che tormentavano la sua mente e le sue notti, tra la malattia che si è ritrovato addosso e che lo ha allontanato da tutte le amicizie, che lo ha sbattuto in carcere, per cui lo hanno chiamato “pazzo” e “indemoniato”. Eppure lui è certo che Dio non abbandona i suoi figli. Tutti i personaggi della Gerusalemme liberata non sono esenti dalla vita: sbagliano, amano, uccidono, si ingannano perché anche qui, come in Ariosto, le cose non sono quello che sembrano, ma sono certi della bontà del destino. Essi non sono imprigionati in un labirinto crudele, travolti dagli avvenimenti, non sono burattini in mano ad un Demiurgo sadico; essi sono uomini che in ogni istante ricercano il proprio destino, sempre in azione, sempre in lotta con il male tentatore, sempre speranzosi. Ciò che domina tutta la loro vita, pur nell’errore e nella dispersione, è un Padre benevolo, un Dio che accompagna i suoi figli e partecipa alla loro sofferenza:

E ‘l fine ormai di quel piovoso inverno,
che fea l’arme cessar, lunge non era;
quando da l’alto soglio il Padre eterno,
ch’è ne la parte più del ciel sincera,
e quanto è da le stelle al basso inferno,
tanto è più in su de la stellata spera,
gli occhi in giù volse, e in un sol punto e in una

vista mirò ciò ch’in sé il mondo aduna.

L'UMANESIMO - tema

UMANESIMO (I centri fondamentali dell’umanesimo sono stati Urbino, Venezia, Padova, Milano, Mantova, Ferrara, Bologna, Firenze, Roma, Napoli)
Petrarca fu per la storia come una crepa che col tempo fa crollare il muro. Questo poeta, infatti, ha introdotto nella storia un dubbio, che forse fino ad allora nessuno si era posto con tanta intensità: ma Dio ha lasciato solo l’uomo? Ma Dio è buono? Rileggendo alcuni sonetti del suo Canzoniere, trasudanti dolore e nello stesso tempo un desiderio però ristretto da proprie idee e fantasticherie, la risposta è evidentemente positiva per la prima domanda, negativa per la seconda. Basta una lettura veloce per veder saltare all’occhio l’ossessivo ricorrere di alcune parole come “solo”, nel senso della solitudine, “piango”, per notare subito un senso di abbandono, come se il destino schiacciasse l’uomo, come se lo prendesse alla sprovvista:

Era ‘l giorno ch’al sol si scoloraro
per la pietà del suo Fattore i rai,
quando i’ fui preso, e non me ne guardai,
che i be’ vostr’occhi, Donna, mi legaro

Questa sofferenza, questo dubbio radicale furono tanto grandi da essere trasmessi ad altri. Sempre di più furono gli uomini che si posero lo stesso quesito, sempre più pensatori e uomini di cultura, sempre più individui si sentirono abbandonati dal destino, da un dio in fondo cattivo perché contro la nostra volontà; di conseguenza abbandonarono anche loro Dio. E quando al centro della vita non c’è più Dio, allora c’è l’uomo. Questo problema è stato solamente riproposto all’umanità, perché esisteva già da molto tempo; basta prendere in esame le tragedie greche, massima denuncia del dolore inflitto agli uomini da dei malvagi, dai quali non possono fare altro che difendersi, affermando se stessi, affermando in opposizione la loro grandezza, la loro bellezza, di cui erano tanto innamorati.
Non per niente, due delle parole riassuntive dell’umanesimo, questo flusso di pensiero, di diversità nato dalla crepa di Petrarca che investe la storia a partire dal 1375, per dare una data indicativa con la morte di Boccaccio, sono proprio «petrarchismo» e «classicismo». Ed è per questo che il nome stesso della, per così chiamarla, “corrente”, umanesimo, deriva dagli studia humanitatis antichi, da “umanità”, come a ricalcare la posizione centrale dell’uomo.
Il cristianesimo non viene di certo perso improvvisamente e da tutti, ma è già solo una novità il fatto che viene messo in discussione. E, in questo maremoto scatenato da una singola persona, non viene messo in discussione solo la religione, ma un’intera epoca storica, oscura, buia perché non rischiarata dalla luce dell’uomo che si è fatto sottomettere dalla divinità, l’epoca appena precedente: il Medioevo, il tempo del degradamento dell’uomo. Sembra quasi di sentire l’eco del De rerum natura di Lucrezio, che si immagina l’umanità schiacciata sotto il piede della religione, personificata in un mostruoso gigante.
Allora l’uomo, che si vede al centro di tutto, vive per accrescere se stesso: si dedica allo studio dell’antichità, che emula nei modelli e nei principi (rimando alla riflessione di Angelo Poliziano sull’imitazione), riscopre il greco, a cui il distratto Medioevo non aveva tempo di pensare; si diletta nella poesia durante l’otio ciceroniano; si affanna nella ricerca di sempre più manoscritti antichi, nel tentativo di recuperare e conservare la memoria del passato in cui l’uomo era veramente se stesso perché la sua ragione non era ostacolata da nulla e da nessun dio; ritorna addirittura ad utilizzare la lingua di coloro che emulano, sostituendo così il rozzo volgare con l’illustre latino; si impegna nello studio della lingua e, come un vasaio, la rimodella secondo le sue necessità, ci gioca, la padroneggia, ne assapora l’intrinseco potere. L’uomo, insomma, cerca di migliorarsi, perché vede che la storia procede potenzialmente verso il meglio, e lui, facendo parte di questa storia, vuole evolversi, vuole produrre, vuole accrescere se stesso.
Il culmine della poesia come otio, dell’emulazione del lusso e della gloria antica, si può concretizzare nel Trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo il Magnifico. Riproducendo un trionfo latino, riprendendo elementi della mitologia greca, scegliendo un metro facilmente musicabile, il politico fiorentino nello stesso tempo usa la forma antica ma svuotandola di significato, e soprattutto cercando di eliminare una faccia dell’antichità, forse quella più intensa ed interessante, qui solo accennata nella figura del vecchio re Mida: il dolore, la tristezza. Questo inno all’hakuna matata, ad una vita “senza pensieri” incita ad un carpe diem più superficiale di quello oraziano, riadattato in un messaggio che si può riassumere in: «goditi la vita e non ci pensare, finché non invecchi!», o almeno «finché dura». Tuttavia, nella stessa strofa, viene come impercettibilmente accennato quanto questo piacere tanto esaltato è ultimamente effimero.

Quant’è bella giovinezza
Che si fugge tuttavia:
chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.

[…]

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
Chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.

In questo clima nasce la stampa (che ha il suo culmine con Aldo Manuzio), che permette un’inimmaginabile fioritura della cultura; con una più disponibile la circolazione dei testi, i letterati creano una rete di intersbambio di pensieri, scoperte, riflessioni, fomentando così il già ampio desiderio di miglioramento di sé.
In questo clima si spiega quindi la nascita della filologia in letteratura, della prospettiva in arte, della concezione di storia: tutti tentativi di razionalizzazione da parte dell’uomo.
In questo clima si comprende la lettera di Poggio Bracciolini all’amico Guarino Veronese, in cui esalta l’uso della ragione non più come mezzo della felicità, ma come fine, coincidente al “vivere bene”. Di sicuro gli umanisti avevano carpito l’eccezionalità dell’uomo rispetto a qualsiasi animale o vegetale: ben lontani dagli animalisti d’oggi!

La natura (e non più Dio!), madre di tutte le cose, ha dato al genere umano intelletto e ragione, quali ottime guide al vivere bene e facilmente, e tali che nulla possa pensarsi di più egregio.

Continua poi mettendo in evidenza il valore della parola per l’umanista, indispensabile all’esistenza della ragione e tanto grande da cambiare il mondo (come mostra anche il tentativo di Lorenzo Valla con l’orazione scritta al re di Napoli invitandolo a cambiare il nome del Regno delle Due Sicilie).

Ma non so se siano veramente eccellentissimi, fra tutti i beni che a noi ha concesso, la capacità e l’ordine del dire, senza cui la ragione stessa e l’intelletto nulla potrebbero valere. Infatti è solo il discorso quello per cui perveniamo ad esprimere la virtù dell’animo, distinguendoci dagli altri animali.

Passa poi a raccontare all’amico letterato il «caso fortunato» che lo ha condotto a scoprire in una biblioteca dimenticata, il manoscritto contenente l’opera di Quintiliano; allora i toni della lettera si colorano di un sincero entusiasmo, come un bambino che, scavando tra la sabbia, scopre una vecchia monetina.

Come ho già accennato, la concezione cristiana non viene abbandonata, anzi rimane una realtà in maggioranza. Infatti, Pico della Mirandola, nel suo Discorso sulla dignità dell’uomo (titolo che già parla da sé, ritornando al discorso su chi sta al centro della vita), afferma ancora la creazione, che l’uomo nasce dall’amore di Dio, come coronamento di tutto l’universo, ma è doveroso notare il peso che dà alla libertà dell’uomo e alla capacità innata in lui.

L’ottimo artefice stabilì infine che, a colui al quale nulla poteva esser dato di proprio, fosse comune tutto quanto era stato concesso di particolare alle singole creature. Prese dunque l’uomo, questa creatura di aspetto indefinito, e, dopo averlo collocato nel centro del mondo, così gli si rivolse: “O Adamo, non ti abbiamo dato una sede determinata, né una figura tua propria, né alcun dono peculiare, affinché quella sede, quella figura, quei doni che tu stesso sceglierai, tu li possegga come tuoi propri, secondo il tuo desiderio e la tua volontà. […] tu, che non sei racchiuso entro alcun limite, stabilirai la tua natura in base al tuo arbitrio, nelle cui mani ti ho consegnato. Ti ho collocato al centro del mondo perché da lì tu potessi osservare tutto quanto è nel mondo.

Per l’umanista cristiano l’uomo è quindi un grande miracolo, dotato di libertà e di tutte le capacità necessarie per decidere di se stesso, e, se lo sceglie, per tornare a Dio.
Mi chiederete: non è forse vero? Certo! Infatti, questo movimento, questo abisso di diversità rispetto al Medioevo, come ogni cosa, non è solo negativo o solo positivo.
Forse nell’abbassamento di se stessi, nella ricerca quasi ossessiva dell’umiltà che caratterizzava il Medioevo, l’uomo era arrivato a cancellare se stesso; forse spesso aveva annebbiato la ragione in una fede che aveva reso lui stesso totalitaria, dittatrice.
E d’altra parte come non denunciare un’estremizzazione della riscoperta delle capacità dell’uomo? Come non rimanere perplessi da un’illusione di autosufficienza, comprensibile nei Greci ma non dopo la venuta di Cristo? È da questa totale autosufficienza dal destino che nasce il “genio” inquietante, sconvolgente di Machiavelli. Nel XXV capitolo del Principe, possiamo trovare il completo ritorno al mondo greco, in quanto viene accantonata la Provvidenza cristiana in favore della Fortuna pagana, e in un certo senso un suo superamento:

Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iodico essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. E assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi che, quando si adirano, allagano e’ piani, rovinano gli arbori e li edifizi, lievano da questa parte terreno, pongono da quella altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro sanza potervi in alcuna parte ostare. E, benché sieno così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimento e con ripari e con argini: in modo che, crescendo poi, o eglino andrebbono per uno canale o l’impeto loro non sarebbe né sì dannoso né sì licenzioso. Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle: e quivi volta e’ suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini né e’ repari a tenerla.

E possiamo vedere ancora, nella lettera indirizzata a Francesco Vettori, scritta in un periodo nero della sua vita, esiliato dalla sua patria, il ritorno a questa concezione:

E poiché la fortuna vuole fare ogni cosa, ella si vuole lasciarla fare, stare quieto e non darle briga, e aspettare tempo che la lasci fare qualche cosa agl’huomini; […]

C’è un ritorno agli dei malvagi, anzi, al Caso devastatore, che colpisce gli uomini indiscriminatamente, come un fiume in piena, irresistibile. L’unica opzione dell’uomo è opporre se stesso, opporsi con la parte più alta di sé, la ragione, con la sua “virtù”, la capacità di ingegno di cui è stato dotato dalla natura benigna. E allora l’uomo non verrà oppresso dalle circostanze portatrici di pianto e dolore, se l’uomo si farà furbo, se l’uomo non userà anche lui un po’ di quella cattiveria maliziosa di cui è intessuto il mondo e quindi lui stesso.
Ebbene, se i Greci avevano trovato come soluzione l’accrescimento della bellezza dell’uomo, l’innalzamento della sua umanità, della sua grandezza, Machiavelli trova una scappatoia al destino maligno attraverso la malignità stessa. La vita ci schiaccia? Allora spostati! La fortuna ti investe come un fiume in piena? Allora costruisciti una barca e non farci salire nessuno per essere sicuro che, nel tirarlo in salvo, non ti butti in acqua! Con furbizia, avendo come sola regola l’utilità personale, il bene proprio, dritto verso la salvezza…da solo.
Il Principe è quindi un manuale tecnico e scientifico, perfettamente ed ordinatamente esposto, efficace e spaventosamente lucido, scritto a ??? con un’intenzione implicita di farsi riammettere in patria???, perché quella esplicita è di trattare di «che cosa è principato, di quale spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono.» In questo “opuscolo”, come lo chiama lui stesso, non fa altro che esporre nell’ambito del tema particolare della politica il principio della vita intera: guardare a nient’altro se non all’utilità rispetto a ciò che si vuole raggiungere nelle diverse circostanze, il che giustifica qualsiasi azione, qualunque pensiero, qualsivoglia parola. Lo slittamento dall’ideale, dal centro di questo, che è Dio, a se stesso è qui completo. Come Petrarca, Machiavelli ha procurato un’altra, e molto più spessa crepa nelle fondamenta del muro della storia e del cuore dell’uomo mettendo su diversi piani l’ideale e l’azione. La divisione tra politica e la religione, l’unica esplicita nel libro, nasconde una realtà ben più frammentata in tanti scompartimenti a sé. Proponendo a Lorenzo de’ Medici il modello del principe in Cesare Borgia, la cui unica pecca fu quella di essere sfortunato, scrive così:

Chiunque iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi delli inimici, guadagnarsi delli amici; vincere o per forza o per fraude; farsi amare e temere da’ populi, seguire e riverire da’ soldati; spegnere quelli che ti possono o debbono offendere; innovare con nuovi modi gli ordini antiqui; essere severo e grato, magnanimo e liberale; spegnere la milizia infedele, creare della nuova; mantenere l’amicizie de’ re e de’ principi in modo ch’e’ di abbino a beneficare con grazia o offendere con rispetto; non può trovare e’ più freschi esempli che le azioni di costui.

Ed ecco che, nel capitolo XVIII, arriva al nocciolo della questione: essendo l’uomo ultimamente cattivo, ciascuno deve dedicare la propria vita al conseguimento dell’utile personale, senza lasciarsi ingannare dalle illusioni della religione, che distoglie l’uomo dalla praticità della vita e che gli fa credere che ci sia altro dalla realtà puramente percettibile.

Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto da come si vive a come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello che fa per quello che si dovrebbe fare impara piuttosto la ruina che la pereservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, e usarlo e non usare secondo la necessità.

In questa frammentazione, l’uomo si ritrova imprigionato in un insopportabile dualismo, si trova esso stesso frammentato. È proprio Machiavelli a denunciarlo nella lettera che scrive a Francesco Vettori sopracitata: dopo aver descritto come tutto il giorno butta via il tempo in taverna, giocando insieme ai contadini, imprecando anche lui tra le urla dei rozzi, sopportando la situazione in cui la fortuna l’ha messo, scrive:

Così rinvolto entra questi pidocchi traggo el cervello di muffa, et sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.
Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito con decentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni, et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per 4 hore di tempo alcuna noia, dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tucto mi transferisco in loro.

Qual è quindi la vera vita Quella tra il popolino ignorante, tra i “pidocchi”, così infima e non esauriente o quella virtuosa, quella grande tra le pagine degli illustri antichi?

E concludiamo l’analisi dell’umanesimo proprio con queste parole di Machiavelli, da cui traspare l’abbandono totale di quei studiosi in un passato tanto stimato quanto lontano, ritrovandosi addosso il desiderio di riprodurlo e l’impossibilità del farlo. Non avrebbero potuto tornare alla grecità, o all’antica Roma, perché un fatto che entrò nella storia la sconvolse fin dalle fondamenta: la venuta di Dio sulla Terra.

mercoledì 27 agosto 2014

L'UNITA' D'ITALIA - il fallimento di Mazzini

IL FALLIMENTO DELL’ALTERNATIVA RIVOLUZIONARIA

-    Le iniziative di Mazzini
» il fallimento delle rivoluzioni del ’48-49 non muta nei mazziniani l’idea che l’unità d’Italia dovesse
   essere conquistata attraverso un moto rivoluzionario e insurrezionale
» da Londra, Mazzini non smette di progettare la sua attività cospirativa, ma con grandi costi umani
» 1851-52 » la polizia austriaca inferse duri colpi all’organizzazione (arresti, condanne capitali…)
                 » particolare impressione fece l’impiccagione di nove mazziniani a Belfiore (a Mantova)
» nonostante ciò, Mazzini crede di poter contare su un’insurrezione
» 6 febbraio 1853 » a Milano, qualche centinaio di operai e artigiani assalirono i posti di guardia austriaci
                             » per la disorganizzazione e le poche forze, il moto fu facilmente represso
                             » nuovi arresti, nuove condanne a morte
-    Il Partito d’azione
» Mazzini attribuisce il fallimento alla disorganizzazione e al troppo tiepido appoggio dei liberal-borghesi
» non desiste dalla convinzione che l’unico mezzo per l’unificazione fosse un’insurrezione
» 1853 » fonda a Ginevra una nuova formazione politica, il Partito d’azione
            » solo il nome ne sottolinea il forte carattere militare
» Mazzini intanto cerca di incrementare la base di consenso negli operai e artigiani del Nord
» molte società di mutuo soccorso nate allora in Liguria e Piemonte furono controllate da mazziniani
-    Critiche alla strategia mazziniana
» tra i democratici italiani nascono nuovi orientamenti che mettono in discussione la linea mazziniana
» c’è chi ritiene questa strategia troppo intransigente e propone una collaborazione di tutte le forze che
   auspicano all’unità d’Italia
» c’è chi, già in una prospettiva socialista, considera la sua impostazione inadatta per i problemi sociali e le
   esigenze delle classi subalterne
-    Ferrari e Pisacane
» due libri usciti nel 1851 introdussero il tema del socialismo nel dibattito risorgimentale
1.      La Federazione repubblicana del milanese Giuseppe Ferrari
2.      La guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49 del napoletano Carlo Pisacane
» sostengono che la lotta per l’indipendenza nazionale poteva aver successo solo basandosi sul consenso
   delle classi popolari identificandosi con la loro lotta per l’emancipazione economica
» per Ferrari qualsiasi iniziativa doveva essere legata a una ripresa delle forze rivoluzionarie in Francia
» per Pisacane il sud Italia fosse adatto per una rivoluzione (paese arretrato con una borghesia debole)
-    La spedizione di Sapri
» Pisacane e Mazzini collaborano elaborando un progetto insurrezionale da attuarsi in Italia meridionale
» giugno 1857 » Pisacane si imbarca a Genova con pochi compagni verso l’isola di Ponza (sede di un
                            penitenziario borbonico), e con 300 detenuti liberati, la spedizione si dirige a Sapri
                        » dalle coste meridionali della Campania, inizia una marcia verso l’interno
                        » ma mancò l’attesa adesione dei contadini
                        » isolata e segnalata dalle ostilità locali, i rivoltosi furono individuati e annientati dalle
                           truppe borboniche » Pisacane, ferito, si uccise per non rimanere prigioniero
-    La società nazionale
» al fallimento di Sapri, coincide la nascita di un movimento indipendentista filo piemontese
» fondatore: Daniene Manin (capo del governo repubblicano di Venezia nel ’48-49)
» fin dal ’55 aveva proposto l’unione di tutte le correnti intorno all’unico strumento in grado di
   raggiungere l’unità: la monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II
» molti esponenti democratici e anche Giuseppe Garibaldi (rientrato nel ’55 in Italia) aderirono alla proposta
» 1857 » morte di Manin
            » a luglio il movimento di diede una struttura organizzativa e assunse il nome di Società nazionale

» dichiarano quindi di voler appoggiare la monarchia sabauda finché avesse appoggiato la causa italiana

L'UNITA' D'ITALIA - Cavour e il Piemonte

CAVOUR

-    Nato nel 1810, cresciuto e formato in un clima familiare aristocratico, ma non chiuso e retrogrado
» cosmopolitismo culturale e intraprendenza borghese sono le due componenti della sua formazione
-    Ideale politico: liberalismo moderato
» pensava che l’ampliamento delle basi dello Stato dovesse essere graduale e nell’ambito di una monarchia
   costituzionale, sempre attivo nelle riforme, unico rimedio contro le riforme e il disordine sociale
» si ispira al modello moderato della Francia orleanista ma con un risvolto più pragmatico e moderno
» vede nello sviluppo produttivo la premessa indispensabile per il progresso civile e politico
» avendo per modello il liberalismo britannico, nutre una fiducia illimitata della libertà economica
-    1850 » entra a far parte del governo D’Azeglio come ministro per l’Agricoltura e il Commercio
-    1852 » si deve dimettere per contrasti col re ed è incaricato di formare il nuovo governo (novembre)
-    Il “connubio”
» promuove un accordo tra l’ala più progressista della maggioranza moderata (il cosiddetto “centro-destra”
   di cui era leader) e la componente più moderata della sinistra democratica (il “centro-sinistra” capeggiato
   da Urbano Rattazzi) » amplia la base parlamentare del suo governo spostandone l’asse verso sinistra
» nasce una nuova maggioranza di centro che relegava all’opposizione i clericali-conservatori e i
   democratici-intransigenti, isolandoli
» fa propria la politica patriottica e antiaustriaca (sostenuta fin d’allora dai democratici)
» rende più incisiva l’azione riformatrice in campo politico ed economico
-    La scelta parlamentare
   » l’avvento di Cavour segna una svolta decisiva sul piano istituzionale
» si afferma in questi anni l’interpretazione parlamentare dello Statuto albertino
» il governo non dipende solo dalla fiducia del sovrano ma soprattutto dalla maggioranza in Parlamento
-    La politica liberoscambista
» lavora per sviluppare l’economia italiana e per integrarla nel contesto europeo
» adotta la linea liberoscambista » stipula trattati commerciali con Francia, Belgio, Austria, Gran Bretagna
                                                     » tra il ’51 e ’54 abolisce il dazio sul grano
» progressi nelle opere pubbliche » costruzione di strade e canali
                                                      » sviluppo delle ferrovie » favorisce l’espansione del commercio
                                                                                              » maggiore produzione siderurgica e metallica
» nel quadro di una crescita non mancano aspetti negativi, come la condizione delle classi subalterne che
   non aveva ancora conosciuto miglioramento, come l’elevato tasso di analfabetismo
-    Condizione del Piemonte: decisamente positiva
» agricoltura in fase di espansione e di modernizzazione
» un’industria che poneva il Piemonte all’avanguardia degli Stati italiani, pur non primeggiando
» un sistema creditizio organizzato intorno ad una banca centrale (la Banca nazionale)
» una rete di trasporti efficiente e collegata con l’Europa tramite il traforo di Frejus
» un volume di scambi commerciali con l’estero notevole (quasi il doppio rispetto al resto d’Italia)
-    L’emigrazione politica
» Cavour diventa il punto di riferimento per la borghesia liberale in Italia
» 1849-1860 » moltissimi esuli politici (si parla dai 20 ai 30.000) si stabiliscono nel Regno Sabaudo
» essi prendono parte attiva alla vita politica del Regno, essendoci molti intellettuali ed ex-rivoluzionari

   Amalgamandosi con la classe dirigente locale

L'UNITA' D'ITALIA - La seconda restaurazione

L’UNITA’ D’ITALIA
LA SECONDA RESTAURAZIONE

-    Conseguenze delle rivoluzioni del ’48-’49 » ritorno dei sovrani legittimi
                                                                        » consolidamento dell’egemonia austriaca
   » ne deriva il blocco di qualsiasi esperimento riformatore e dello sviluppo economico degli Stati italiani
   » distacco tra sovrani e opinione pubblica borghese
-    Riorganizzazione degli Stati Italiani
   » lo Stato della Chiesa fu riorganizzato secondo l’antico modello teocratico-assolutistico
» il Regno delle Due Sicilie ritorna al sistema assolutistico con una repressione durissima
» lo Stato borbonico, anche per la sua arretratezza economica, è un modello negativo agl’occhi dell’Europa
» il Lombardo-Veneto » viene sottoposto ad un pesante regime di occupazione militare
                                     » inasprimento della pressione fiscale (su imprenditori, commercianti, ceto popolare)
- Vittorio Emanuele II e lo scontro col Parlamento
   » il Piemonte sabaudo vive una situazione diversa
» sopravvive l’esperimento costituzionale con lo Statuto albertino
» il regno di Vittorio Emanuele II comincia con uno scontro tra corona e Camera elettiva (democratica)
   » agosto ’49 » pace di Milano con l’Austria (Piemonte paga una forte indennità senza però cedere territori)
                      » la Camera si rifiuta di approvarla
                      » Massimo D’Azeglio (moderato che presiede il governo) scioglie la Camera
                      » il re indirizza agli elettori un messaggio (proclama di Moncalieri) in cui li invita a scegliere
                         rappresentanti più moderati, altrimenti lo Statuto sarebbe messo in discussione
                      » la nuova Camera (maggioranza di moderati) approvò la pace di Milano
- Il governo D’Azeglio e la legge Siccardi
   » D’Azeglio ha ora l’appoggio della Camera per condurre un’opera di modernizzazione dello Stato
» febbraio 1850 » viene approvato il progetto del ministro della Giustizia Siccardi di porre fine ai privilegi
   della Chiesa (tribunali riservati, diritto d’asilo, censura sui libri) riordinandone i rapporti con lo Stato
» la legge Siccardi incontra una durissima opposizione da parte del clero e degli ambienti conservatori
» nella battaglia per l’approvazione, emerge un nuovo leader della maggioranza liberal-democratica, il

   conte Camillo Benso di Cavour, aristocratico, uomo d’affari, proprietario terriero, giornalista