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mercoledì 26 settembre 2012

INFERNO - CANTO I - parafrasi


CANTO I

Nel mezzo del cammino della nostra vita
mi ritrovai in un bosco cupo,
poiché avevo perduto la strada giusta.

Ahi com’è doloroso dire com’era
Quella selva così selvaggia, intricata e impraticabile
perché il pensiero rinnova la paura!

E’ poco meno amara che la morte;
ma per narrare del bene che io vi trovai,
dirò delle cose che io vidi là dentro.

Non so dire bene come ci entrai,
ero così sopraffatto dal sonno in quel momento
che ho perso la strada giusta.

Ma quando giunsi ai piedi di un colle,
là dove terminava quella valle
che mi aveva afflitto il cuore di paura,

guardai in alto e ne vidi le spalle
illuminate di già dai raggi del sole
che indica a chiunque qualsiasi via.

Allora mi calmai un po’ dalla paura,
che era rimasta nel profondo del cuore
per tutta quella notte che passai con tanta angoscia.

E come il naufrago che con respiro affannoso,
appena uscito dai flutti sulla spiaggia,
si volta verso l’acqua pericolosa e ingannevole,

così il mio animo, che fuggiva ancora,
si volse indietro a riguardare il percorso compiuto
che non aveva mai lasciato nessun uomo vivo.

Dopo che ebbi riposato un po’ il corpo stremato
ripresi il percorso verso la piana deserta,
così che il piede sicuro era sempre quello più basso.

Ma ecco quasi all’inizio della salita,
una lince leggera e rapida,
che era ricoperta di un manto maculato;

e non mi si toglieva da davanti,
anzi mi impediva tanto il cammino,
che stavo per ritornare indietro più volte.


Era passato molto tempo dalla mattina,
e il sole sorgeva con quelle stelle
che erano presenti quando l’amore divino

mise in moto per la prima volta i corpi celesti.
cosicché erano motivo per me di sperare bene
riguardo a quel felino dal manto screziato;

sia il mattino che la primavera;
ma non così forte che non ebbi paura
alla vista di un leone.

Sembrava che venisse verso di me
con la testa alta e una fame profonda,
tanto che l’aria sembrava tremare di paura.

Poi una lupa, la cui magrezza
sembrava carica di desiderio,
e aveva già fatto vivere molti popoli nel dolore,

e questa mi diede tanta pesantezza
con la paura che ebbi alla sua vista,
che persi la speranza di uscirne.

E come l’avaro,
quando giunge il tempo che gli fa perdere ciò che ha acquistato
piange e si rattrista;

così fu la mia reazione davanti alla bestia senza pace,
che, venendomi vicino a poco a poco,
mi ricacciava indietro dove era buio.

Mentre ritornavo in quell’oscuro luogo,
mi apparve davanti agli occhi
uno che, per aver taciuto per così tanti anni, sembrava afono.

Quando lo vidi nella piana,
gli gridai, «Abbi pietà di me»,
«chiunque tu sia, o illusione o uomo vero!».

Mi rispose: «Ora sono un’ombra, fui un uomo nel passato,
ed ebbi genitori lombardi,
entrambi di Mantova.

Nacqui sotto Cesare, sebbene fosse tardi,
e vissi a Roma sotto il buon Augusto
nel tempo degli dei falsi e bugiardi.

Fui poeta e cantai di quel giusto
figlio di Anchise che veniva da Troia,
dopo che la suprema città venne bruciata.

Ma tu, perché sei così angoscioso?
perché non sali il colle della felicità
che è il principio e la causa di tutta la gioia? ».

«Allora sei tu quel Virgilio le cui parole
la cui profondità sono come un fiume?»,
risposi io a testa bassa.

«O, onore e ispirazione di tutti gli altri poeti,
metti alla prova la passione e il grande amore
con cui ho letto il tuo libro.

Tu sei il mio maestro e colui che mi ha fatto crescere,
tu sei il solo da cui ho imparato
il modo di scrivere che mi ha fatto onore.

Vedi la bestia per cui mi ritirai;
proteggimi da lei, famoso saggio,
perché mi fa tremare le vene e i polsi ».

«Ti conviene percorrere un’altra strada»,
rispose, poiché mi vide piangere,
«se vuoi scampare da questo luogo selvaggio;

poiché questa bestia per la quale soffri,
non lascia passare vivo nessuno per la sua via
e lo impedisce uccidendolo;

e ha una natura così malvagia e cattiva,
che non soddisfa mai la sua bramosia
e dopo il pasto ha più fame che prima.

Molti sono gli uomini a cui questo vizio si unisce,
e saranno sempre di più finché non verrà il cane da caccia
che lo farà morire con dolore.

Questo non si ciberà né di dominio di terre né di possesso di denaro,
ma di sapienza, di amore e di virtù,
e la sua provenienza sarà da ogni luogo.

Egli sarà salvezza di quella misera Italia
per cui morirono di ferite
la vergine Camilla, Eurialo e Turno e Niso.

La caccerà da ogni città,
finché l’avrà rimandata all’inferno
da dove prima l’invidia del diavolo l’aveva spedita.

Quindi io penso e giudico che, per il tuo meglio,
tu mi debba seguire e che io ti sia da guida,
e ti porterò via da qui per un luogo eterno;

dove ascolterai le grida disperate,
vedrai gli antichi spiriti che soffrono,
che si lamentano gridando la morte della loro anima;

poi vedrai coloro che sono contenti
nel fuoco, perché sperano di giungere
quando, sarà opportuno, tra i beati.

Alle quali, se poi tu vorrai salire,
ci sarà un’anima più pura di me:
con lei ti lascerò quando me ne andrò;

poiché Dio che regna lassù,
visto che non aderii alla sua legge,
non vuole che venga nella sua città.

In ogni luogo è imperatore e qui regna;
qui c’è la sua città e il suo alto trono:
oh felice colui che viene scelto!».

E io a lui: «O poeta, io ti imploro,
per quel Dio che tu non conoscesti,
affinché io sfugga da questo male e da uno peggiore,

che tu mi conduca là dove mi hai raccontato,
affinché io possa vedere la porta di San Pietro
e coloro che tu descrivi così tristi».

Allora si incamminò, e io gli stetti dietro.

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