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domenica 3 febbraio 2013

ALANO DA LILLA - Omnis mundi creatura


ALANO DA LILLA

-          Autore » è stato un teologo, filosofo francese vissuto durante il medioevo (1125-1202)
-          Analisi » alternanza di ritmo lungo (due versi) e breve (un verso)
                   » dice che tutto ciò che c’è nella realtà è segno di qualcosa d’Altro
                   » la realtà è strutturata in modo da insegnare all’uomo come riconoscere questi segni di cui è
                      caratterizzata fortemente, perché è fatta di cose che si corrispondono
                   » la realtà è educativa per l’uomo perché costituita da aspetti dell’uomo stesso
                   » carattere principale = transitorietà = tutto è destinato a morire, a finire
                   » paragone tra l’uomo e una rosa che mentre vive si sta avvicinando sempre di più alla morte
                   » la realtà insegna a vivere tutte le cose in quanto date, in quanto non ci appartengono (infatti
                      non siamo capaci di non far finire le cose, anche se lo desideriamo)
                   » concezione medievale dell’arte = Dio ha costruito il mondo come un libro o un dipinto in
                      modo che potesse essere letto dall’uomo, l’unico che può farlo
                   » l’arte è quindi il mezzo di comunicazione più evidente con cui si vuole esprimere qualcosa
                   » quando l’uomo crea quindi imita il gesto di Dio nella sua creazione del cosmo
                   » es: Dante fa un libro sul mondo, che a sua volta è libro di Dio (fa un libro quindi su Dio)
                   » per questo non c’è nulla nella realtà che non possa essere soggetto ad arte

TESTO LATINO                                                          TRADUZIONE

Omnis mundi creatura
quasi liber et pictura
nobis est in speculum;
nostrae vitae, nostrae mortis,
nostri status, nostrae sortis
fidele signaculum.
Nostrum statum pingit rosa,
nostri status decens glosa,
nostrae vitae lectio;
quae dum primo mane floret,
defloratus flos effloret
vespertino senio.
Ergo spirans flos exspirat,
in pallorem dum delirat
oriendo moriens;
simul vetus et novella,
simul senex et puella
rosa marcet oriens.
Sic aetatis ver humanae
iuventutis primo mane
reflorescit paululum;
mane tamen hoc excludit
vitae vesper, dum concludit
vitale crepusculum.
Cuius decor dum perorat,
eius decus mox deflorat
aetas, in qua defluit:
fil flos fenum, gemma lutum,
homo cinis, dum tributum
homo morti tribuit.
Cuius vita, cuius esse
poena, labor et necesse
vitam morte claudere;
sic mors vitam, risum luctus,
umbra diem, portum fluctus
mane claudit vespere.
In nos primum dat insultum
poena mortis gerens vultum,
labor mortis histrio;
nos proponit in laborem,
nos assumit in dolorem,
mortis est conclusio.
Ergo clausum sub hac lege
statum tuum, homo, lege,
tuum esse respice;
quid fuisti nasciturus,
quid sis praesens, quid futurus,
diligenter inspice!
Luge poenam, culpam plange,
motus frena, fastum frange,
pone supercilia!
Mentis rector et auriga,
mentem rege, fluxus riga,
ne fluant in devia!
Tutte le creature del mondo
sono come un libro o un dipinto
uno specchio per noi;
simbolo fedele della nostra vita,
della nostra morte, della nostra
condizione, del nostro destino.
La rosa dipinge la nostra condizione,
commento appropriato del nostro stato,
insegnamento per la nostra vita;
essa infatti mentre sul far del mattino fiorisce,
come un fiore senza petali sfiorisce
nella vecchiezza della sera.
Quindi il fiore respirando muore,
mentre impallidendo appassisce,
già sul nascere iniziando a morire;
insieme antica e nuova
insieme vecchia a fanciulla
la rosa sbocciando imputridisce.
Così la primavera dell'uomo
sboccia per breve tempo
nel primo mattino della giovinezza;
la sera della vita caccia in fretta
questo mattino mentre conclude
il crepuscolo della vita.
Mentre si dispiega la sua bellezza,
il tempo nel quale trascorre
consuma subito la sua grazia,
il fiore diviene fieno, fango la gemma,
l'uomo cenere, mentre paga
il tributo alla morte.
La sua vita, il suo esistere
sono pena, fatica e necessità
di chiudere la vita con la morte;
così la morte chiude la vita, il pianto il riso,
l'ombra il giorno, l'onda il porto,
la sera il mattino.
Il primo insulto lo insinua
il dolore che ha il volto della morte,
il dolore, maschera della morte;
nella fatica innanzitutto ci immerge,
al dolore ci costringe,
la conclusione è la morte.
Vincolata dunque da questa legge,
leggi, o uomo, la tua condizione,
osserva bene il tuo essere;
guarda senza remore
che cosa eri quando nascevi,
come sei adesso, cosa sarai!
Piangi la tua pena, deplora le tue colpe,
frena le passioni, spezza l'alterigia,
rinuncia all'orgoglio!
Reggitore della mia mente, auriga,
guida l'anima, contieni i flutti
perchè non errino dal retto cammino.


 

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