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martedì 8 maggio 2012

INNOMINATO - promessi sposi


COMPITO:  Ricostruisci, corredando con opportune citazioni testuali, i momenti e i temi che scandiscono la crisi interiore dell’innominato

Il primo segnale dell’inizio della crisi che scandisce la confusione interiore del personaggio dell’innominato è un giudizio che inizia a dare sulle azione che fa, giudizio che lo porta a vedere il peccato che commette come un male e un peso da sopportare ma dal quale non si può tornare indietro, solo peggiorare. ( “…già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante che erano ammontate, se non sulla coscienza, almeno sulla memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere di un peso già incomodo.”).
Questo senso di pesantezza nel tmpo, però, diventa sempre più insostenibile, tanto che nei pensieri dell’Innominato si fa strada il pensiero della morte e del futuro, ancora più tormentosi del rimorso e della nostalgia del passato, dei tempi in cui provava gioia a infierire e non risentimento. L’uomo quindi aspira al ritrovamento di una pace interiore che non riesce a trovare in ciò che fa. Inoltre la morte appare al personaggio non più come ricompensa del lavoro svolto, come un obbiettivo che infonde coraggio in ciò che si vive in quel momento, come una promessa di pace eterna; non infonde più il coraggio che sentiva una volta, ma solo altra inquietudine ( “… l’immagine della morte che, in un pericolo vicino, a fronte di un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silen<io della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina…”)
Si sente quindi diverso, si accorge di un cambiamento rispetto al passato e ciò lo rende nervoso, infastidito, poiché non ne comprende le cause e rimpiange quello che era un tempo.
Si instaura in lui un’ulteriore paura, quella di un giudizio da qualcuno di più grande dell’Innominato stesso, da Dio; quel Dio che ha sempre reputato distaccato rispetto alla realtà umana, noncurante del dolore, del male e del bisogno delle sue stesse creature. Un suo cambiamento si intravede anche nel campo religioso, perché riconosce che inevitabilmente in certi momenti sente la presenza di qualcosa di grande, all’infuori di lui, di cui prima non si curava. ( “… Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato a vivere soltanto come se non ci fosse, ora, in certi momenti di abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli sembrava di sentirlo gridare dentro di sé: Io sono, però.” )
Nel riconoscere un cambiamento in lui, però, prova una reazione istintiva di negazione, di distacco, di nascondimento dell’innovazione riscontrata, come il rifiuto del nuovo che si stava insinuando in lui per la paura del mistero che esso portava con sé. Maschera quindi le sue inquietudini e i suoi dubbi, pensando che solo in questo modo potesse dominare anche queste nuove emozioni. ( “… Ma, non che aprirsi di nuovo su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi  profondamente, e la mascherava con l’apparenze d’una più cupa ferocia; e con questo mezzo cercava anche di nasconderlo a se stesso, o di soffocarla.” ).
Questo desiderio di negare il suo sentimento affinché lui stesso si convincesse della sua supremazia su di esso si distingue nella indecisione che si fa presente nel momento di prendere una decisione. La lotta interiore si identifica soprattutto in due punti della narrazione caratterizzati entrambi da un “ no imperioso” entrambi suscitati dalla figura di Lucia. Il primo no contrasta l’idea di allontanare la donna dalla sua casa e spedirla subito da don Rodrigo, il secondo riguarda lo stesso tema, infatti mentre stava comandando che don Rodrigo mandasse subito qualcuno a prendere la fanciulla, cambia improvvisamente decisione, ed ella rimane quindi nel suo castello. La presenza di queste indecisioni indicano che quel cambiamento che l’Innominato vuole cancellare non è in realtà ignorabile, infatti prende autorevolezza col tempo penetrando nella sua volontà decisionale e di ragionamento.
La sua mente nel tempo viene sempre più scossa dalla presenza di questo nuovo sentimento estraneo che arriva additirrura a far provare al terribile Innominato compassione per una contadinella ( “…Alzatevi, che non voglio farvi del male… e posso farvi del bene ; via, fatevi coraggio,v’ho fatto nessun male? V’ho minacciata?”) . questa compassione è un primo sintomo di cedimento davanti all’evidenza del cambiamento.
C’è una frase che fa dubitare all’Innominato che il suo punto di vista sulla vita e su di sé sia quello giusto, gli apre una prospettiva di esistenza totalmente differente, e forse migliore; dice Lucia nel dialogo con lui, mentre lo supplica di liberarlo “…Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!” .
Per l’uomo quindi si insinua la speranza dell’esistenza di qualcuno che potesse liberarlo dal male fatto, dal peccato passato, Qualcuno che potesse renderlo un uomo nuovo, puro, che gli desse la possibilità di ricominciare. Questa speranza si tramuta in una promessa che fa a Lucia, promessa che fa a lei di libertà e a se stesso di un cambiamento che di conseguenza l’avrebbe fatto libero da se stesso.
Tutte le emozione provate si accumulano e prendono forma di pensieri durante la notte dell’Innominato (da pag 497 a 501) scandita da diverse fasi di pensiero.
La prima fase è caratterizzata dal rimorso di essere andato a trovarla, e quindi di aver ceduto, di essersi sottomesso alle emozioni. Il riconoscimento di ciò gli causa un senso di inferiorità, lo fa sentire “un donnicciola” ammorbidito e ammansito. Questo dà inizio alla seconda fase: il pentimento delle decisioni gli fanno ricordare il suo passato, visto però in questo caso positivamente e nostalgicamente, come qualcosa di glorioso e splendido ormai perduto (“…la memoria gli rappresentò più di un caso in cui né preghi né lamenti non l’avevano punto smosso dal compiere le sue risoluzioni…”). La memoria della sua risolutezza di un tempo scatena infine il riconoscimento del cambiamento, che genera una “rabbia di pentimento” e si riscopre un altro. Per sfuggire a questi malinconici pensieri, tenta di distogliersi con un altro che gli dia tranquillità, ritrovata nell’immagine di Lucia, quella Lucia a cui avrebbe voluto chiedere perdono, che avrebbe voluto liberare vedendo così la felicità sul suo volto e sentendola contemporaneamente nel proprio cuore. Ma al solo rendersi conto dei suoi pensieri si disgusta ulteriormente di se stesso dando inizio a una serie di pensieri e ripensamenti che fanno intravedere la lotta che si combatte dentro di lui tra sentimento e onore. (“E’ viva costei, è qui, sono a tempo; le posso dire: andate, rallegratevi; posso veder quel viso cambiarsi, le posso dire anche: perdonatemi. Perdonatemi? Io domandar perdono? A una donna? Io…! Ah, eppure! Se una parola, una parola tale mi potesse far del bene, levarmi d’addosso un po’ di questa diavoleria, la direi; eh! Sento che la direi. A che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!... via!”)
La negazione del sentimento causa una nuova malinconia del passato, ma non sotto l’aspetto del coraggio che ora sente mancare, ma sotto l’aspetto dell’insensibilità che lo caratterizzava un tempo, ora non più presente, distacco dalla realtà che preferisce allo struggimento che prova nel contrasto che sente dentro di sé (“… Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte gli stimolava più fortemente i suoi desideri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione come un cavallo divenuto tutt’a un tratto restio per un’ombra, non voleva più andare avanti.
A questo punto cambia di nuovo posizione, e non si accontenta della falsa sicurezza di un tempo, accorgendosi così di essere sempre stato inutile, privo di uno scopo di vita e di significato di esistenza. (“…Pensando alle imprese avviate e non finite, invece di animarsi al compimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli, sentiva una tristezza, quasi uno spavento dei passi già fatti. Il tempo gli si affacciò voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili…”)
L’ulteriore fase che determina la notte dell’Innominato è quella del giudizio: una volta presa la consapevolezza del cambiamento, inizia a giudicare il suo operato, ora visto come una mostruosità che lo fa sentire in colpa e aumenta questo senso di oppressione e di abbattimento fino all’esasperazione, che raggiunge il suo culmine col pensiero del suicidio. Perché rimanere ancora vivo dopo aver fatto così tanto male? (“… S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò e… al momento di finire una vita divenuta insopportabile”). D’un tratto, però, pensa al suo futuro. Da morto sarebbe servito ancora di meno che da vivo, seppur peccatore. Rinasce quindi una speranza, in principio fievole, poi alimentata dalle parole di Lucia che insinua nei pensieri dell’uomo la possibilità dell’esistenza del perdono. Dopo averle provate tutte tenta l’unica cosa di cui non si era fidato e che gli era stata proposta fin da ragazzo: affidarsi al Dio cristiano. In Lucia vede la rinascita di una vita nuova. Vita che iniziava proprio all’alba di quel giorno, in cui forse avrebbe intrapreso una grossa decisione. 

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