Pagine

lunedì 14 gennaio 2013

SOLZENICYN - una giornata di Ivan Denisovic - riassunto


Da un frame del libro, sviluppa un riassunto che analizzi in breve il libro stesso.

“ Mentre stava pigliando sonno, Suchov si sentiva del tutto soddisfatto. La giornata era stata parecchio fortunata: non l’avevano messo in cella di punizione, la squadra non era stata mandata a lavorare al “villaggio socialista”, aveva tubato una scodella di cascia a pranzo, il caposquadra aveva chiuso la “percentuale” bene, il lavoro di muratura era stato per lui un piacere, non gli avevano trovato addosso il pezzo di sega, aveva guadagnato qualcosa da Tzesar, la sera aveva comprato del tabacco. E non si era ammalato, aveva resistito. Era trascorsa una giornata non offuscata dal nulla, una giornata quasi felice.”

Come si può considerare “fortunata” una giornata di questo tipo? Questo piccolo frame, situato alla fine del libro come giudizio finale, ha proprio la funzione di far emergere al lettore questa domanda e, di conseguenza, di far immaginare come sarebbe stata invece una giornata “sfortunata”. Avrebbe potuto descrivere la giornata peggiore per denunciare l’atteggiamento nei confronti dei detenuti nei campi di concentramento, ma non avrebbe ottenuto lo stesso effetto di sbigottimento (e probabilmente non sarebbe neanche stato pubblicato in Russia, dove Solzenicyn ha scritto il libro). Il non detto, il mistero, dà libero spazio alla nostra immaginazione che spesso va oltre anche alla realtà dei fatti. L’autore è come se lasciasse immaginare al lettore stesso la “normale” giornata in quei campi. Nel libro viene infatti descritta una sola giornata lavorativa di un detenuto dei gulag russi, Ivan Denisovic; anche solo il nome è da notare:“Ivan” è il prototipo del nome russo, scelto per far immedesimare ancora di più il lettore nella vicenda e far provare la fatica e il dolore “sulla sua pelle”. La giornata è scandita da azioni sempre uguali intervallate da un numero sorprendente di controlli, conteggi dei detenuti; questo elemento è significativo, perché mostra l’intento comunicativo del regime nei confronti dei dissidenti: se non aderisci non sei nulla, sei solo un numero, sei delle braccia che lavorano senza un’anima. Ma nonostante tutti gli sforzi e crudeltà del regime, l’autore ci tiene ad esporre la resistenza dell’identità umana davanti a qualsiasi ostacolo. Questo altro tema principale viene suggerito celatamente attraverso la presentazione di piccoli gesti che di primo acchito non vengono notati da un occhio abituato alla normale comodità, a delle condizioni che i detenuti non riuscivano neanche a sognare nelle poche ore di riposo, ma che per i detenuti costituivano il centro della loro resistenza per la propria identità. Togliersi il cappello durante il pasto, avere la possibilità di gustare il proprio lavoro e le piccole cose come una sigaretta o una cicca, regalare qualcosa di proprio dai pacchi ricevuti da casa; questi sono i gesti con cui hanno combattuto veramente per rimanere se stessi, per non diventare ciò che erano considerati: delle bestie da lavoro. L’intento comunicativo dell’autore si può quindi riassumere in due scoppi principali: da una parte la denuncia contro il regime, dall’altra la dimostrazione che nonostante le situazioni estreme, le circostanze avverse, il cuore dell’uomo vince, perché è stato creato libero. Si può essere liberi anche in un gulag, anche se costretti a situazioni difficili, a fare qualcosa che non si vuole fare. 

Nessun commento:

Posta un commento