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mercoledì 11 settembre 2013

LA METAMORFOSI - Franz Kafka - analisi e commento

LA METAMORFOSI
Franz Kafka

Abbiamo detto tante volte che l’inferno è anzitutto un’esperienza. Ti propongo questo libro che ne presenta un’interpretazione. Di che inferno parla l’autore? Con quale strategia letteraria lo descrive?

Se si legge sotto le righe di questa storia insieme fantastica e terribile di Kafka che è La Metamorfosi, si intuisce, tenendo conto che dietro i libri ci sono degli autori che vogliono comunicare qualcosa al lettore, che l’esperienza di Gregor non è fine a se stessa ma è una metafora che rimanda alla realtà.
Per prima cosa si analizza la stessa vicenda di Gregor. Una metamorfosi improvvisa sconvolge la sua vita e quella della sua famiglia, i cui componenti subiscono anche loro un cambiamento che, senza contare il livello fisico ed esteriore, non è differente da quella di Gregor. Prima nell’aspetto, che lo rende irriconoscibile visibilmente, poi nella voce, che preclude ogni possibilità di comunicazione tanto che i suoi famigliari non pensano che lui possa intendere il loro linguaggio, nella sua stessa percezione acustica, che fa percepire a Gregor i suoi fischi lamentosi sottoforma di parole umane. Perde il lavoro, ciò che gli dava più soddisfazione per il fatto che era l’unica via per aiutare la propria famiglia, appesantita dai debiti; con il lavoro quindi perde anche la propria autonomia, diventa dipendente dalla sua famiglia, così la situazione si rovescia. Perde il gusto per le cose che gli piacevano, come la sorella Grete scopre ritirando dalla sua stanza la tazza di latte ancora integra, e non per una mancata fame. Nel silenzio sempre più crescente ed opprimente, perde l’affetto verso la propria casa, spaventato dalla sua stessa stanza in modo inspiegabile dato che gli apparteneva da cinque anni. Perde il sonno e la voglia di mangiare, perché perde il senso del suo vivere, si aggrappa solamente alle misericordiose cure che la sorella gli concede amorevolmente. Ora non dipende più solo dal punto di vista materiale, ma anche spirituale: dipende dall’affetto degli altri e dalla sua tensione, ancora umana, di recare il meno danno possibile alla famiglia. Veglia in lui il desiderio antico di fare del bene, del sacrificio non come rinuncia, ma in quanto attuazione dell’amore verso qualcuno. Infatti la difficoltà economica della famiglia è ciò che più lo fa soffrire, perché di fronte a questo problema lui non è che un peso, peggio che impotente; le cure che gli vengono riservate diventano quasi motivo di dolore perché incapace anche di ringraziare. Nel baratro dove Gregor sta cadendo, cerca di aggrapparsi però alla sua umanità, e, come una volta, guarda in silenzio fuori dalla sua finestra riassaporando quello stesso senso di libertà, ma con tristezza e malinconia maggiore; anche qui però si scontra con quello che è diventato: perde la sua vista e tutto ciò che è lontano non è più nitido come una volta, ma sfuocato ed indistinto. Tutto diventa via via sempre meno chiaro. La metamorfosi continua e diventa sempre più radicale: sperimenta come nuovo passatempo lo stare aggrappato al soffitto e zampettare sulle pareti, come un vero insetto; solo appeso a testa in giù prova per la prima volta dopo tanto tempo una beata spensieratezza. Forse è proprio il fatto di aver aderito finalmente alla sua nuova natura ad aver provocato quella sensazione, il fatto di essersi finalmente comportato per quello che è e non per quello che non è più o vorrebbe essere. Subito però cade ancora nella malinconia del passato. Il desiderio di rivedere sua madre risveglia il suo umano, ma anche questo si rivela un appiglio esile, perché, insieme alla figlia, sua madre resterà in camera sua solo per privarlo di un altro pezzo di sé: la mobilia della sua stanza. La madre è però contraria al piano della figlia sul fatto di spogliare la camera del fratello, seppur con il buono proposito di agevolarlo nel suo passatempo di arrampicarsi sui muri, perché sarebbe stato per lui un segno di abbandono definitivo da parte loro. Questa argomentazione della madre, risveglia la ragione di Gregor che si rende conto di aver lasciato che si annebbiasse: non si spiegava come avrebbe potuto desiderare una stanza vuota rispetto alla sua accogliente cameretta, si accorge di come tutto il “suo passato di uomo”era finito nell’oblio. Ma l’entusiasmo giovanile di Grete vince, così Gregor perde anche tutto ciò cui è affezionato. Perde l’affetto di suo padre, che lo ferisce pensando che abbia aggredito la moglie con un gesto di ribellione, quando aveva semplicemente fatto svenire la madre, che lo aveva visto per intero, attaccato alla parete per non farsi rubare almeno il suo quadro. Perde l’affetto anche della sorella, che lo trascurerà da ora in poi. Perde la propria dignità, mentre accresce la sua suscettibilità: siccome nessuno più si prende cura di lui, per protesta rabbiosa si trascura. Cresce l’odio reciproco insieme al silenzio gravoso, diminuisce sempre di più la sua umanità. La metamorfosi è quasi completa: non reagisce più, i cambiamenti apportati alla sua stanza non gli dispiacciono così tanto, trova insopportabile o addirittura indifferente la sola vista dei suoi famigliari, sa di morire lentamente ma anche questo passa nella sua indifferenza. Solo la musica della sorella violinista, suonata per far piacere a tre pigionanti che soggiornavano a casa loro, gli fa rinascere quel barlume di speranza, di bellezza: “Dunque, era proprio una bestia, se la musica a tal punto l’affascinava?”. Ricomincia a sognare, come fanno gli esseri umani. Ma anche questa illusione è destinata a finire presto: non appena viene scoperto dai tre pigionanti, che vengono bruscamente ricacciati in camera dal padre, Grete annuncia quello che già il suo vecchio aveva in mente, la necessità di sbarazzarsi di Gregor, a causa del quale la vita era diventata insostenibile. Perde il suo nome: “E tu devi soltanto sforzarti di non credere che questo sia Gregor. La nostra sfortuna è stata proprio di averlo creduto per tanto tempo. Com’è possibile che sia Gregor?”. Davanti a questo scenario, il grosso insetto, che tutto intendeva, si ritira in camera, per la prima volta senza l’aiuto di spintoni o bastonate da parte del padre. Lì, nel silenzio totale, nella totale incapacità di movimento, lentamente perde l’ultima cosa che gli rimaneva: la vita.
Questa vicenda è la testimonianza di un’esperienza infernale, qui esplicitata attraverso l’espediente della metamorfosi che si sviluppa nella graduale perdita, in quanto ti muta profondamente portandoti a perdere la tua umanità, il senso di te stesso, la tua stessa vita che si spegne insieme al tuo desiderio. Per questo si può dire che l’inferno non è un luogo ma un’esperienza, un’esperienza di perdita, di mancanza che si vuole riempire con l’autoaffermazione di se stessi. Gregor era attaccato solo al suo lavoro, alla sua capacità, al fatto di mandare avanti la famiglia; nel momento in cui viene meno questo, di lui non resta nulla, rimane solo un grosso insetto. C’è allora da chiedersi cosa resta di se stessi, che cosa è eterno? A cosa ci si può aggrappare che non finisce (il lavoro si perde, l’aspetto sfiorisce, la famiglia può morire e così gli amici…)?
C’è però da sottolineare che per Kafka l’inferno è sì un esperienza, un’esperienza di cambiamento che influenza anche le persone care e vicine, ma assume la connotazione di sciagura, di sfortuna che capita a qualcuno e ad altri no. Una sorta di predestinazione, un sottile senso di impotenza, come se la colpa di quell’esperienza non nascesse da Gregor, ma gli fosse semplicemente capitata: piombata addosso da parte del caso. Descrive l’inferno come se fosse una maledizione che ricade anche sulla propria famiglia, nella stessa maniera in cui la sventura veniva concepita dai greci.
Infatti anche la famiglia di Gregor però ha subito un’ulteriore metamorfosi, prima di tutto fisica, come testimonia la descrizione del cambiamento del padre che, da malfermo, diventa vispo ed in perfetta forma, e come indicano le guancie sempre più smunte di Grete. Anche loro perdono la parola nel silenzio sempre più intenso che appesantisce l’aria familiare. Pure loro perdono l’appetito, non hanno più sonno e si concentrano solo sul sostenersi a vicenda, mettendo il lavoro e tutto il resto in secondo piano. Una volta che l’insetto muore, tutto torna allegro, viene tutto dimenticato. Anche la madre, che era rimasta quella più affezionata al figlio, e l’aveva sempre riconosciuto tale, nella sua ora estrema si addormenta; e, la mattina del ritrovamento del cadavere, estingue quell’impulso della mano che voleva fermare l’inserviente dallo spingere il corpo morto con la scopa. Si vuole cancellare ogni traccia di quell’incubo, tanto da prendere la decisione di licenziare la serva che era a conoscenza del loro segreto. Pensano di cambiare casa, perché era troppo grande per loro tre o perché l’aveva scelta Gregor? Nel silenzio, diverso dal precedente, che nasce tra di loro fioriscono “nuovi sogni e buoni propositi”; sembra che da quest’esperienza terribile non sia nato però nulla di nuovo, nulla che superi il dolore provato, solo l’illusione di una tranquillità meritata e densa di oblio. Per quanto potranno far finta di niente?
Con la lettura di questo racconto mi sono insorte numerose domande. Come mai Gregor non si è mai interrogato della metamorfosi che gli è capitata? Da un certo punto del racconto le descrizioni iniziano a diventare sempre più esterne fino a diventare un elenco di fatti per poi rifiorire in pensieri nei momenti in cui il desiderio e l’umanità di Gregor riemergono. È possibile che non si sia mai chiesto il perché? Si è davvero reso conto di essersi trasformato? Che cosa gli permette di perdere la sua umanità? Cosa fa cambiare così repentinamente l’atteggiamento della sorella? Perché la madre non reagisce? Che parte ha la famiglia di Gregor nella sua continua perdita? Cosa vuole dire l’autore? Perché ha creato questo racconto?
Credo che alle due ultime domande si possa dare una risposta. Il messaggio principale che mi è arrivato, quello più urgente, è stato un richiamo allo sguardo, al mio sguardo nei confronti delle persone che ho intorno. In questo senso il racconto mi è stato molto utile, soprattutto negli ultimi tempi in cui mi sono accorta di trattare mio padre come Grete ha trattato suo fratello nell’ultimo periodo della sua vita. Invita alla riflessione e all’immedesimazione nei confronti di coloro con cui, a causa della mancata comunicazione, cioè del mancato rapporto, starci insieme sembra insopportabile. Ora vedo i comportamenti fastidiosi e insensati di mio padre sotto un’altra luce: la sua, dalla sua prospettiva, in quanto risultato di intenzioni buone. Sono quindi davvero disposta a farmi vincere dall’odio momentaneo per perdere mio padre per sempre?

Credo che il vero inferno di Kafka sia questa mancanza di significato della vita, ma soprattutto la mancanza di affetto. Gregor smette di amare gli altri e la sua stessa vita lasciandosi morire perché prima di tutto non è amato lui, non si sente amato fino in fondo, cioè per quello che è. Infatti ciò che gli faceva mantenere la memoria e la coscienza di sé era il sacrificio nei confronti dei familiari, che a sua volta lo facevano per lui, con la precisazione che il sacrificio non è la rinuncia, ma il riconoscimento di una presenza. Nel momento in cui Gregor non viene più riconosciuto come una presenza, che motivo ha la sua stessa esistenza? Questo lo porta alla morte, testimoniando la necessità prima dell’uomo: l’essere amato.

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