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mercoledì 11 settembre 2013

SE QUESTO E' UN UOMO - Primo Levi - analisi e comprensione

SE QUESTO E’ UN UOMO
Primo Levi

Abbiamo detto tante volte che l’inferno è anzitutto un’esperienza. Ti propongo questo libro che ne presenta un’interpretazione. Di che inferno parla l’autore? Con quale strategia letteraria lo descrive?

“Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia.”
Già a pagina diciotto del libro si parla d’inferno, ma qual è l’inferno descritto da Primo Levi?
Una “grande macchina per ridere di noi e vilipenderci, e poi è chiaro che ci uccidono”, un luogo dove la domanda, che è ciò che ridesta il cuore umano, si spegne, è semplicemente inutile per il fatto che non c’è un perché, non c’è un senso, non dimora la ragione, ma la regola fine a se stessa. (“-Warum?- gli ho chiesto nel mio povero tedesco, -Hier ist kein Warum,- (qui non c’è un perché). La spiegazione è ripugnante ma semplice: in questo luogo è proibito tutto, non già per riposte ragioni, ma perché a tale scopo il campo è stato creato. ”). Nel libro L’attrattiva Gesù, don Giussani scrive: “La dimora è incontro con il reale in un momento di tempo e di spazio in cui per sua natura il tuo abbraccio delle cose è totalmente attivo in funzione del destino. La dimora è il punto dove riprendi forza, riposi, restauri le energie; allora l’immagine del destino è più vivida, è più affrontata con tranquillità e con amore”. “- Vous n’etes pas à la maison -”. Non siete a casa vostra: questo è l’inferno. Non è casa tua, non è luogo di incontro del destino, non è la tua dimora nel senso che l’uomo non è stato fatto per l’inferno, è quindi una storpiatura della natura umana. (“La baracca di legno, stipata di umanità dolente, è piena di parole, di ricordi e di una altro dolore. «Heimweh» si chiama in tedesco, vuol dire «dolore della casa»”).
In parallelo a ciò che Franz Kafka descrive ne La metamorfosi, l’inferno è un luogo dove l’uomo diventa irriconoscibile (“Noi ci guardavamo senza parola. Tutto era incomprensibile e folle, ma una cosa avevamo capito. Questa era la metamorfosi che ci attendeva. Domani anche noi saremmo diventati così.”). È un luogo dove viene tolto tutto, dove l’uomo viene privato di tutto ciò che possiede. Prima di tutto il suo aspetto, i prigionieri, infatti, sono irriconoscibili come lo era Gregor diventando insetto (“Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera.” E “Già il mio stesso corpo non è più il mio”); perde la capacità di comunicazione, il valore della parola come distintiva dell’uomo (“se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero.”), perde lo stupore (“ormai siamo stanchi di stupirci”), perde la fiducia (“Tutti ci sono nemici e rivali.”), perde il proprio nome (“Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo , dovremo trovare la forza in noi di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.”) e la compagnia come sostegno nel vivere, come incontro del proprio umano, e si rimane da soli nella lotta contro la realtà del lager (“qui la lotta per sopravvivere è senza remissione, perché ognuno è disperatamente ferocemente solo.”). Perde la proprietà, i propri effetti personali (“Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, che subito ne ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie”). Non si ha tempo, non si ha pazienza, non si ha sonno, non si ha riposo, non si ha l’istinto della pulizia, non si ha gusto per la bellezza, non c’è la curiosità della conoscenza (“Da molto tempo ho smesso di capire, nulla più mi interessa.”), non c’è più volontà, non c’è più bene o male, giusto o sbagliato. Un uomo così vuoto, è privo di senso, si potrà quindi “decidere a cuor leggero della sua vita o morte al di fuori di ogni affinità umana”. Infine, come Gregor, perde la vita (“Ciascuno salutò nell’altro la vita. non avevamo più paura”). Il lager, l’inferno, è dunque un luogo di morte, dove non c’è paura perché non c’è neanche speranza. Non c’è più paura perché non c’è più niente da perdere, la paura, infatti, è segno che c’è qualcosa a cui si tiene e che si teme di perdere.
Eppure, davanti alla verità dell’esperienza dell’autore, si intravede un’affinità e nello stesso tempo un distacco da un altro scrittore con cui Levi paragona il campo di concentramento: Dante Alighieri.  Il concetto di inferno tra i due è assai diverso; Dante non lo concepisce come luogo, come circostanza esterna a cui è impossibile non sottoporsi, perché tutto ciò che accade, anche l’esser imprigionato in un campo di concentramento, rientra nel Disegno divino e non può quindi essere privo di senso. La seconda differenza palese è lo spostamento dell’origine della perdizione da se stessi ad un fattore esterno da sé, che Primo Levi opera all’interno del suo libro. È come se la colpa dell’esistenza di quel dolore non dipendesse da lui, ma dai tedeschi, perché concepisce l’inferno non come un’esperienza individuale, ma come una circostanza imposta da altri a cui non ci si può ribellare. Invece la colpa è personale, in quanto lo stesso Primo Levi permette che l’inferno entri in lui, acconsente al proprio annichilimento, annulla lui stesso la propria libertà di aderire o meno a ciò che accade di fronte a lui (“Poi viene un altro tedesco, e dice di mettere le scarpe in un certo angolo, e noi le mettiamo, perché ormai è finito e ci sentiamo fuori del mondo e l’unica cosa è obbedire.”). Così il ricordo de l’inferno dantesco corre costante per tutto il libro, ma senza capirne il vero significato.
Leggendo il libro, sorgono infatti delle domande: che cos’è allora un uomo per l’autore? Uno che ha tutte queste cose che Levi dice di aver perso? Si può venir meno all’essere uomini anche in circostanze normali o solamente per una circostanza estrema imposta da qualcun altro? L’uomo da che cosa è definito ultimamente? C’è qualcosa che i tedeschi non potevano togliere ai prigionieri? In che modo Alberto, il migliore amico dell’autore, anch’esso prigioniero, non è diventato un tristo (termine utilizzato da Dante per indicare le anime infernali)? Se l’inferno è qualcosa che ti si viene imposto, allora dov’è la libertà dell’uomo (“Per noi invece il Lager non è una punizione; per noi non è previsto un termine, e il Lager altro non è che il genere di esistenza a noi assegnato senza limiti di tempo.”)? In cosa si gioca? Si può vivere la speranza attraverso il dolore, oppure il solo modo di superarlo è l’incoscienza? La rassegnazione? La capacità di “scavarsi una nicchia, secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa”? ciò che si intravede in risposta nel libro è in contrapposizione con il titolo del Meeting di Rimini Per L’amicizia Tra i Popoli di qualche anno fa: “la natura dell’uomo è desiderio di infinito”, perché lo stesso autore lascia da parte il proprio desiderio, considerandolo una tra le “cosa che non vanno dette”, cioè quelle cose che risvegliano la malinconia e l’umanità, che vengono ritenute fatali per la sopravvivenza nel campo, perché risvegliano il dolore rendendolo insopportabile perché cosciente.
Eppure la natura dell’uomo, il desiderio di infinito, di qualcosa di grande, non può essere cancellato, messo totalmente da parte, e anche nell’esperienza dell’autore riemerge attraverso i versi della Divina Commedia di Dante, durante la camminata con Pikolo verso le cucine. “Considerate la vostra semenza: / fatti non foste per esser bruti, / ma per seguir virtute e conoscienza.”: sono queste le parole che ridestano il cuore di Levi. “Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, coma la voce di Dio. Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono (invece è proprio il ricordo di chi è!). Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.” Ma l’impeto del cuore non basta perché l’esperienza resti, ci deve essere una certezza salda fondata su qualcosa all’infuori di sé, altrimenti la fiamma si estingue con un leggero soffio di vento, come il ritorno alla realtà del campo, che richiude la breve parentesi umana, lo sforzo dell’autore e di Pikolo di sollevarsi per un momento sopra l’orizzonte desolato della prigionia. Si ritorna alla bestia che si era prima, che rifiuta la coscienza per soffrire di meno (“…nei Lager si perde l’abitudine di sperare, anche la fiducia nella propria ragione. In Lager pensare è inutile, ed è dannoso, perché mantiene viva una sensibilità che è fonte di dolore, e che qualche provvida legge naturale ottunde quando le sofferenze sorpassano un certo limite. Come della gioia, della paura, del dolore medesimo, così anche dell’attesa ci si stanca.”). E in questo modo si capisce il verso di Dante: “Infin che ‘l mar fu sopra di noi richiuso”.
Anche qui, come nel romanzo di Kafka, si percepisce una predestinazione operata da una forza maggiore esterna all’individuo che assegna fortuna e sfortuna con un criterio sconosciuto all’uomo; è come se sugli ebrei incombesse una maledizione a cui non si può far altro che abbandonarsi con rassegnazione e passività, una colpa la cui responsabilità viene affidata al caso. L’esperienza infernale quindi è generata una colpa estranea a lui, che solo dopo gli entra dentro divorandogli l’anima, come dice la frase: “E’ tutto grigio intorno, e noi siamo grigi”, come se fosse una conseguenza necessaria. Ciò viene testimoniato anche da questo pensiero, che esplicita l’idea di predestinazione: “Esistono fra gli uomini due categorie ben distinte: i salvati e i sommersi.” Perciò “Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona «a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto».” È lo stesso autore a testimoniare la parte dei prigionieri nel proprio annichilimento, quando i tedeschi fuggono dall’attacco dei russi e lasciano al campo Primo Levi insieme a tutti gli ammalati nel Ka-Be, dicendo: “L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti.” Il male non ha origine nei tedeschi, poiché pur andandosene, i prigionieri diventano ancora meno umani, ma è intrinseca a ciascuno di loro.
Inoltre, dal testo, sembra che l’esperienza non abbia portato a qualcosa di buono, dal dolore vissuto non è nato nulla per Primo Levi (“Oggi io penso che, se non altro per il fatto che un Auschwiz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza.”). Allora quale Dio può permettere che l’annichilimento dei suoi figli avvenga senza ragioni? questo viene testimoniato nel libro dalla malinconia dell’autore del passato in cui, secondo il suo attuale giudizio, era un sciocco illuso: “avevo un enorme, radicata, sciocca fiducia nella benevolenza del destino, ed uccidere e morire mi parevano cose estranee e letterarie. I miei giorni erano lieti e tristi, ma tutti li rimpiangevo, tutti erano densi e positivi; l’avvenire mi stava davanti come una grande ricchezza. Della mia vita di oggi non mi resta quanto basta per soffrire la fame ed il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.” Da ciò si capisce come l’ebraismo, la religione dell’autore, non è una religione che tiene conto di tutta l’esperienza umana, perché esclude dall’abbraccio di Dio le esperienze negative ed il dolore, mentre è proprio ciò da cui passa. Come si può vivere il dolore, se non con una passività neutralizzante, senza la speranza che Cristo è vivo oggi, adesso, nella mia fatica? Solo Dio vivo ora garantisce un senso a tutto quello che accade.

A suggerire una provvidenzialità, un Disegno più grande dentro questa “macchina per ridurci a bestie”, è Steinlauf, un soldato prigioniero: “Proprio perché il Lager è una grande macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; anche in questo luogo si può sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza”. Anche se questa idea, lui scrive che non gli basta, per lo stesso fatto che lo scrive, si contraddice. Io, che sono stata molto provocata dalle domande presenti nel testo, attraverso cui Primo Levi interpellava il lettore richiamandolo ad un confronto e giudizio personale, mi sono chiesta perché Primo Levi è sopravvissuto. La risposta totale e soddisfacente la dovrei rivolgere al suo creatore, ma si può intuire un inizio di risposta nell’esistenza della sua stessa opera. È sopravvissuto per testimoniare, per raccontare di come un uomo, se perde il desiderio, perde se stesso.

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