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venerdì 18 maggio 2012

TEMA SUI PROMESSI SPOSI - la compassione


TRACCIA 2 : “…Compassione! Che sai tu di compassione? Cos’è la compassione?” “Non l’ho mai capita bene come questa volta: è una storia la compassione un po’ come la paura: se uno la lascia prendere possesso, non è più uomo.” (i Promessi sposi, cap XXI, vv 51-53)
L’affermazione del Nibbio getta scompiglio nell’animo dell’Innominato. Riflettendo sugli eventi del capitolo e paragonandoti con l’Innominato argomenta cosa sia la compassione e cosa vuol dire per il Nibbio che “non rende più uomini”.

Era una calda giornata di giugno, camminavo con i miei amici alla frescura dell’ombra che l’immensità del Duomo di Milano proiettava sulla piazza. Ci stavamo dirigendo da Spizzico per mangiare insieme, quando ci imbattemmo in una triste scena.
Una donna stanca, smagrita, era accasciata sulle scalinate della cattedrale e tentava di calmare il suo piccolo che reclamava del cibo.
Un forte tormento mi scosse l’animo: dovevo fare qualcosa, quell’urlo innocente mi faceva impazzire. Presi così tutti i miei soldi e li posi nel bicchiere di carta che teneva lì di fianco la madre, che mi restituì uno sguardo commosso.
Cosa mi era successo? Cosa mi aveva fatto muovere in quel modo?
Nella metropolitana, mentre stavo tornando a casa per mangiare, dato che ormai il mio portafoglio era vuoto, mi misi a riflettere sulla mia recente esperienza.
Ciò che avevo provato era stato un sentimento forte, inarrestabile: la compassione. Capii che a generare quel mio turbamento interiore era stato il riconoscimento di una situazione ingiusta che un uomo vive, riconoscimento della possibilità e desiderio di porre fine all’ingiustizia, identificata nella privazione dei diritti umani.
Il riconoscimento di una situazione di privazione genera istintivamente un turbamento caratterizzato dalla lotta interiore tra il movimento spontaneo, che porta inesorabilmente alla privazione da parte del donatore, e l’altrettanta istintiva necessità di conservazione della persona, che nella stesso momento vuole rimanere intatta.
Per dare pace al turbamento e soddisfare il sentimento di compassione è inevitabile privarsi di qualcosa, per completare ciò di cui manca l’oggetto di compassione. Per esempio nella mia esperienza ho donato alla povera donna ciò di cui lei e il suo bambino avevano bisogno: il denaro per sfamarsi, questo però ha implicato il fatto che al termine del gesto io stessa avessi il bisogno del denaro che avevo donato.
Anche l’Innominato ha compiuto il mio percorso: ha riconosciuto la privazione del diritto di libertà di Lucia attraverso il suo struggimento, comprensione che lo ha turbato e reso inquieto.
Per far cessare questa inquietudine l’unica possibilità è di sfruttare quel movimento spontaneo che è stato innescato dalla compassione verso la ragazza, che lo ha portato al desiderio di liberarla, avendo lui stesso la possibilità e il potere di farlo.
A contrastare questo desiderio, però, c’è il riconoscimento delle conseguenze dello stesso movimento; il donare la libertà alla donna, infatti, significava perdere da parte sua la cosa a cui teneva di più e che in tutta la sua vita aveva faticato per mantenere e accrescere: l’onore. Onore e dignità che avrebbe donato a Lucia, privandosene lui stesso.
Con il riconoscimento di questi passaggi possiamo comprendere meglio la continua lotta interiore dell’Innominato; si fa sempre più intensa anche per l’inquietudine innescata dal risentimento di aver provocato lui stesso il malessere di Lucia. La situazione si aggrava fino al momento in cui trova una via d’uscita che gli avrebbe tolto l’onere di prendere una decisione, di fuggire dalle responsabilità e conseguenza che entrambe le vie opposte gli avrebbero portato: il suicidio.
Il solo pensiero di questa possibilità mostra quanto può essere decisiva e forte la lotta tra il desiderio suscitato dalla compassione e l’istinto di conservazione.
C’è una necessaria sottolineatura all’interno del fenomeno della compassione: nel momento in cui l’oggetto di compassione ha necessità materiali, colui che donasi priva dell’oggetto materiale ma contemporaneamente accresce il proprio onore, acquista qualcosa spiritualmente; se la necessità non è materiale, ciò che viene consumato è solo tempo e non l’onore personale del donatore.
Ciò che l’Innominato non sa, infatti, è che il restituire la dignità alla prigioniera sotto forma di libertà non intacca il suo onore, inteso secondo il suo significato reale e vero.
È infatti attraverso il concetto errato di onore personale, proprio della società del tempo, che si genera il desiderio di conservazione. L’idea di onore viene identificata nel rispetto, inteso come riverenza e timore che gli altri nutrono verso di sé; il suo significato invece è riconducibile alla capacità dell’uomo di farsi rispettare non attraverso il timore e la sottomissione, bensì con il riconoscimento della propria dignità, che deve conservare.
La dignità inoltre deve essere difesa dalle offese e nello stesso tempo la si deve mettere in gioco nelle decisioni per conservare intatta anche quella degli altri uomini. La presa di coscienza del proprio valore con il rifiuto di sminuire quello degli altri si fondono nella dignità e nell’onore, dopo aver riconosciuto l’importanza e i diritti comuni a tutti gli uomini. Comprende quindi non solo la figura dell’unico individuo, ma anche di quella di coloro che lo circondano. Per lasciare intatto ill proprio onore ci si deve muovere per conservare anche quello degli altri.
Il Nibbio e l’Innominato, inoltre, hanno un’idea errata anche del significato di “uomo”, che viene identificato in un individuo duro, insensibile agli altri e alle situazioni, che tiene solo a se stesso e infine privo di sentimenti e legami affettivi.
Con questo ideale la compassione rende l’Innominato meno uomo perché genera sentimenti forti e il desiderio di fare del bene all’altro anche cedendo qualcosa di sé. La compassione costringe l’uomo a mettersi in gioco, a provare sentimenti, a immergersi e vivere le situazioni: tutto ciò va contro l’uomo inteso in questo senso.
La compassione quindi è vista negativamente, come qualcosa che ostacola l’uomo e ne sminuisce l’onore; la realtà invece suggerisce il contrario: l’uomo viene invece inteso come essere che ha sentimenti, desideri, passioni, che viene mosso dalle circostanze e le vive.
Il Nibbio vede l’uomo ideale come distaccato dalle faccende del mondo e preoccupato solo di sé, mentre la realtà è che più l’uomo si coinvolge mettendosi in gioco più vive, e più vive, più un uomo può essere chiamato tale. 

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